tuttologia in direzione contraria

Il pranzo non è servito

Breve cavillo sulle privazioni

La mia povera nonna diceva “lo be’ ruèe la guere”, arriverà la guerra, quando si lasciava qualcosa nel piatto senza mangiarlo. Povera nonna, vedesse oggi in che stato. A parte che di guerre ne sono poi arrivate a bizzeffe (ma hanno mai smesso?) e che magari ce ne sbattevamo perché era giù nel culo del pianeta e a noi che ce frega, che ce importa. Adesso che il posto è diventato piccolo, l’emorroide russa fa grattare anche noi. E quindi, le cassandre dicono che quest’autunno forse neanche il pane e la pasta saranno accessibili, esagerando, ma noi già ci immaginiamo razioni piccolissime e senza avanzi.
Poi, ecco la conferma della carestia imminente, vedi e leggi che il PSG – che non è pasta senza glutine ma il Paris Saint-Germain, club di calcio ricco sfondato e come tale dissipatore seriale – che il PSG dunque, in un sussulto di austerità repressiva, obbliga i suoi calciatori a fare colazione e pranzo in comune, al centro d’allenamento, con tanto di regole ferree sull’alimentazione (lo chiamano così il mangiare) e l’abolizione della Coca, intesa come Cola, sai che astinenza questa. Uno si chiede: cosa facevano prima? Cotiche nello spogliatoio? Fondue sulla metro? Cassoulet di mezzanotte? Frittatona e rutto libero?
Voglio dire che però questa cosa è un po’ inquietante, il pigliare i viziatini (okay), obbligarli a mangiare il rancio come ai corsi di ripetizione, rinunciare alla vodka e, se poi se osano avanzare qualcosa, sbraitare che lo be’ ruèe la guere, meglio se con il tono da sergente Hartman. Di buono gli è che adesso si capirà con più compassione il nervosismo di certe partite e di certi pranzi domenicali coi parenti.
E noi? Chissà i sacrifici d’autunno, che è in arrivo l’obbligo delle bevande senza gas… La nonna chiaroveggente lo diceva e noi giù a ridere. Voilà, il pranzo non è servito.

gene


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