tuttologia in direzione contraria

Qualcosa che non so

La speranza di capire non è vasta come
l’idea limpida di qualcosa ancora ignoto,
niente più di un cruccio che si annida
tra il sonno e il risveglio e, dopo il tuo caffè,
ti avviluppa l’intento delle azioni
La prima parola a voce alta non arriva
che un paio d’ore dopo, un saluto,
un monosillabo da soliloquio,
un aggettivo per qualcosa di imprevisto,
tipo il grillo che s’arrampica sul vetro
della birra che in cantina fermenta un altro un po’
Imbrigliata da quel cruccio, la parola pronunciata,
esclamata o sussurrata senza alcuna intercessione,
pare in affanno o frettolosa o altro ancora,
così dissimile dalla tua voce che di solito rimbomba
nello schiamazzo dedicato alle esigenze descrittive
dei discorsi in osteria o nei toni divulganti
di podi fabbriche partite, e di canzoni
Riaffiora la minuscola speranza di capire
se quel suono ti appartenga o se sgorghi incontrollato
dal cruccio che si annida e che si annoda
Quell’idea di ignoto che ora lampeggia
e quasi acceca intermittente come il faro sullo scoglio,
lì dove rischiano lo squarcio le tue ore
i giorni i passi e le cose che hai da fare

gene


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