tuttologia in direzione contraria

24 settembre 2022

ore 9.37

Qualcosa che sento quando mi fermo io o si blocca qualcosa fuori.
Il mio daimon è, pretende, si impone: io devo rallentare, fermarmi quasi, svuotare e da lì, senza contare il tempo, inventare (con la scrittura, ma solo perché è il mezzo che uso meglio). Se sono pressanti le condizioni esterne, sono nervoso e apatico, come se la mia ghianda, il daimon, fosse prigioniera e si rifacesse su di me per spingermi di nuovo: in questo caso c’è lo scontro con il mondo e l’insofferenza, una caduta di lucidità, un senso di vuoto pieno solo di irritazione come quando non vengo ascoltato.
In condizioni di assenza di tempo, e perfino di spazio in cui muovermi, sento la pace che mi conduce alla bellezza. Posso stare ore da solo, al bar, di notte, in strada, sotto la tettoia del garage, davanti a un fuoco, senza agire fisicamente. Per esempio, stamattina al bar col giornale, tranquillo. Ma poi con sempre meno interesse per le notizie di sport, sentivo che dovevo andare a scrivere, queste parole, anche se mi appaiono nel momento stesso in cui le scrivo, come una coscienza-guida che però riconosco come me stesso, tanto quanto le braccia o i piedi. Una nitidezza, un senso eclatante di essere esatto.
Mi sono portato fuori anche Il codice dell’anima, di James Hillman, con l’intento di prendere spunto da alcune parti per spiegare l’Immagine che mi pervade, ma non l’ho ancora aperto perché finora è più impellente ciò che sto scrivendo in questa che parrebbe una trance, e invece è un flusso riconoscibile e condotto. Non credo che venga dai condizionamenti e dagli impulsi del mondo che mi circonda, né dall’educazione ricevuta, né dall’esperienza, né da una ereditarietà o genetica, e nemmeno da una evoluzione, o da una divinità: sono sempre stato così, mi riguardo pezzi della mia vita e mi è chiaro, anche se nei momenti passati di cui ho memoria di questo carattere non ne ero consapevole, o solo in minima parte (quella dell’insofferenza a ciò che per me era ed è inutile, in special modo alle direzioni e agli ordini altrui, anche se non sempre, anche se non tutte le costrizioni mi sbilanciano con la stessa intensità).
L’Immagine di me è questo daimon, che mi pone nel mondo in questo modo irrinunciabile. Senza volerlo, mi sono probabilmente opposto spesso a questo carattere per questioni relazionali o educative, per conformità al mondo esterno e tutto quanto a cui obbliga la civiltà o la società, però sempre pagando un prezzo emotivo e fisico.
Posso vederla fisicamente e reale, questa Immagine, solo attraverso dei pezzi di immagini più ridotte, che siano parole foto musiche sentimenti opere. Ne scorgo le tessere singole, ma è solo dentro di me che ho l’idea della sua completezza e quindi mi risulta impossibile descriverla nella sua grandezza, nella sua infinità.

ore 9.53

(continua)

gene


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