di Giorgio Genetelli

Di solito si comincia con un bel passatoremoto, per presentare un’avventura con qualche speranza di felicità finale tra i mille tormenti precedenti. Proviamoci.
Allora, incipit!
“Sempre la fretta di tornare a casa da quella scuola incomprensibile, niente a trattenerlo in città e avanti così per nove mesi, fino alla bocciatura di giugno e alla fuga sulle montagne, a fare cose che non amava, sfalciare e condurre vacche, ma poi a settembre ricominciò la stessa scuola dai banchi dei ripetenti, seppur con ottimi propositi che si schiantarono alla vista della ragazza della prima fila, ce n’è sempre una, si sa.”
Fine. Tirare il fiato e aprire almeno la scatoletta dei punti e puntini.
Questa introduzione di cui sopra in stile romanzodiformazione servirà a capire appena un po’ il seguito sfasciato. Che di sicuro sarà biasimato dai grandi della nostra letteratura, quelli che prima di mettersi a scrivere immaginano già il banchetto del firmacopie e la gloria di un pomeriggio televisivo per famiglie, quelli che battono sui tasti anche ad apocalisse in corso, solenni e precisi. I Divulgativi, insomma.
Ma qui ce ne sbattiamo, siamo partiti per fare una cosa e invece ne facciamo un’altra!
Torniamo al giovane poveretto annunciatosi nelle prime righe, con il crollo dei suoi miseri studi e lo schianto dell’amore. Da lì, dalla gran combinata delle due discipline che lo vede tuttora incatenato a fondo-classifica, il giovane ha tirato assieme alcune poche cose senza riuscire a incastrarle bene o a combinarle con il marciare imperterrito della vita.
Poi andrà avanti quasi peggio, neh. Tipo ieri.
Prima un periplo ferroviario Berna (Zofingen) Sursee, inversione di marcia, Sursee (Zofingen) Olten, cambio, Olten Aarau Zurigo, cambio con bretzel, Zugo Arth-Goldau Altdorf Biasca Bellinzona; con interruzioni di corrente, sbalzi di umore e perifrasi di paramento che hanno risuonato fin dentro l’androne buio del casamento.
Poi, quando si è trattato di accendere il gas, niente, neanche pffft. Allora, in quel momento lì, il giovane ha capito che tutte le balle diventavano vere e quadrate. Gli è parso chiaro che con le elezioni ad aprile non si può più scherzare, trattando i cittadini come scemi. Basta cazzo! Il giovane, con una forma di pignoleria tutta sua, ha spento il fornello peraltro mai accesosi, ed è uscito in strada con grandi e confusi propositi, visto che boh.
Però, ciola, erano le tre di notte, un buio della madonna e quel gran silenzio da obitorio che ammanta le nostre belle cittadine di vecchi egoisti. Neanche un’auto in moto, stai a vedere che le targhe cominciano a costare, per non dire della benza che se fai il pieno non fai regali a Natale e dopo vedi.
Quindi è tornato dentro, ha preso uno sgabello che gli aveva lasciato la nonna, l’ha portato sul terrazzino, gli ha dato fuoco, ci ha arrostito un scervelà un po’ scaduto ma niente male, e si è addormentato sulla sceslong. E ci penserà poi domani, al resto.
Ma poi domani si è accorto che il portone elettrico non si apre e l’ha scassinato dal di dentro, per la prima volta nella storia, ha pensato. Al bar niente luci e il Mike con aria tra il depresso e lo sconcertato gli fa che le bibite calde non ci sono e quelle fredde sono tiepide, ma giusto così che poi uno non si aspetti chissà che cosa. Il giornale almeno c’è e c’è anche la quotidiana gara a chi spara più cazzate, senza neanche essere divertente. Per esempio che il grano aumenta di prezzo e il giovane è già perplessoide. Poi uno che tutti i giorni lì di fronte entra ed esce dal palazzo del governo, stavolta è in foto e sotto tuona, cioè c’è scritto con le virgolette, che ci vuole una commissione d’inchiesta per qualcosa di serio, non so, pare per i copertoni da neve obbligatori che costano di più che a Tiefencastel, e tra le righe butta lì che non ci sarà più elettricità.
Ma dai. Guardatina ai morti e alle incazzatissime missive dei lettori.
Il nostro giovane si è poi incamminato verso l’edicola, ma l’hanno fatto entrare di nascosto e gli hanno dato lo stesso il tabacco, però con la promessa di dire in giro che sono chiusi per restauro. Invece sono chiusi dentro perché almeno fa caldino, ma il nostro promette, esce e si fuma un tiro doppio con l’angoscia (se chiudono davvero, non ci vuol pensare). Il negozietto dei peluche in vetrina ha i soliti cosi fucsia e azzurri, ma hanno tolto i prezzi e da dentro si sente una mamma giovane e figliocentrica che si lamenta indignata dei quattro e quaranta per un portachiavi che ieri era a due e venti e non sa come fare, com’è possibile, scandaloso.
Ma mettiti la chiave in tasca, ha pensato il giovane. Anche se in effetti è un problemino anche quello del portachiavi, per chi è un po’ cultore di queste cose.
La cosa bella, cioè orrenda, è che girano quattro persone di numero, sbatacchiate dal vento che almeno non manca ed è perfino agratis. Il giovane incontra il Lolo che sta posteggiando lo scuter in mezzo al niente e spiega che lui può perché in garage ha ancora il resto della miscela per il tagliaerba, sennò zufuss anche me, dice. Nonostante tutto, il Lolo si inversa lo stesso pel Lugano che non ha giocato per via di una panne all’impianto, ma va? Chisene.
Vanno il giovane e il Lolo, comandano due birrini tiepidi e uno anche per il povero Mike che ha dovuto dire a una coppia di Zurigo o giù di lì, in tenuta da Groenlandia, che il cappuccino è deceduto e che anche lui non si sente tanto bene. Ma tranquilli, non è il virus, che da quando non lo cagano più si è avvilito e vorrebbe accanirsi ancora ma non ce la fa. Sembra che non ce la faccia più nessuno.
Tranne quelli della manifestazione, organizzata da settimane e con presenza annunciata di un migliaio di aderenti. Ridotti a una ventina con cartelli, a occhio, superati dagli eventi e comunque contradditori, tipo Cassapensionepertutti o Lafinedelcarovita. Un tizio e sua moglie, dev’essere sua moglie per forza visto che si vergogna, reggono un cartone con scritto Sìallafamiglia (il che potrebbe anche andare), ma lui urla a ritmo da curva Bastatasse Bastatasse Ué Ué e a lei le si dipinge il davvero troppo, ma non sa che fare, con la storia della famiglia che deve restare unita anche nelle disgrazie.
Il Lolo sogghigna con quella sua amarezza che usa per lo scoscendere dell’intelligenza, quella altrui; il giovane mette la birra all’ombra per conservarle un’ipotesi di frescura. Poi il Mike chiede se vogliono le ultime (le ultime?!) e le porta senza attendere risposte, probabilmente in procinto di cadere nel vento.
Dal balcone del governo esce un tale che sta sempre sui giornali a contraddirsi, invita alla calma, picchietta sul microfono che non va e allora, dopo un momento di spaesamento, ci parla dentro lo stesso alzando la voce.
Dice: “In questo momento drammatico, invitiamo tutti a tornare a casa e attendere”.
Attendere cosa, è una bella riflessione. Il Lolo spezza i dubbi e invita il giovane ad avviarsi a piedi verso le montagne, in sprezzante contraddizione con la sua idea che se uno è imbecille a livello del mare, a duemila metri lo è duemila volte di più e non è che la montagna dica bugie. E qui c’è l’aggancio con l’inizio della storia, quell’incipit semi-aulico e di forma lenitiva che è d’aiuto al giovane per attrezzarsi alla nuova vita che lo attende, che attende tutti. A meno che non esploda qualcosa di grosso e che ci tolga di mezzo, anche se per ora non lo dicono.
Giorgio Genetelli
