Passano veloci in un mondo che rallenta, i ciclisti. Come oggi che da Abbiategrasso andranno a Sanremo. Dall’immensa pianura ai faraglioni che guardano il mare, fino alla città melodica che oltre la corrusca fissità del festival ritroverà la polvere della civiltà a due ruote e catena motrice, ma umana. Quanto pedalarono Costante e Sante, da Novi ligure ultimo avamposto di Piemonte, fino alla gloria uno (sei vittorie in questa gara), a Ventotene l’altro (trentadue anni di prigione). Quanti alberi abitò Cosimo, nella sua eterna opposizione raccontataci da Italo. Quanti bambini ticinesi un tantino spaesati accolsero le colonie marine, in un mare dilagato dalle cartoline.
È tutta una storia di ribelli e fuoriusciti, di fratelli che guardano il mondo e il mondo stavolta ti guarda, questa lingua di trecento chilometri, che a enumerarli non si riesce. Ma c’è sempre qualcuno che insorge al destino e la tenta da lontanissimo quando i dislivelli sono di tre millimetri, anche se non funziona mai, mai; qualcun altro scappa come un contrabbandiere sotto la ramina, magari appena passato il Turchino e tutto precipita nella luce del mare, Ciao amore ciao. Ma è una Creuza de mä a sancire, Capo Mele o Berta, Cervo, Cipressa, Poggio. Chi resta indietro lì è un burfaldino, il lungomare Calvino andrà bene ormai solo per un bianco al tramonto e via Roma sarà una strada che non condurrà a niente, non alla vittoria, cioè. Perché a vincere è solo uno e la gloria è tutto. Agli altri gli applausi di Costante, Sante, Italo, Cosimo, Fabrizio, Luigi, Ivano, e magari anche solo Pizzi o i Jalisse, non pochissimo. A saperli cogliere.
Questo è ragionare prima di partire, quasi una complicata scusa preventiva.
Ma poi vinco, cazzo!
Oh nonno! Sessantadue anni fa, ti ricordi? Me lo ricordo io che non ero neanche un’idea quando l’hai fatto, ma ho cominciato poi a pensarci dalla nascita. Oggi ci siamo, ci sono. Sanremo è mia e un po’ lo è anche di papà, che non l’ha mai vinta ma ha lasciato segni, uno a me, quello che gli avevi consegnato tu. È una chiave forse, e io ho aperto quella porta che dava sulla discesa del Poggio, verso il mare, alla vittoria in solitaria, piccola e incolmabile distanza per i rivali sbalorditi, come sempre capita a chi perde e non ci crede.
E dire che per infinite ore ci si poteva anche annoiare in processione. Mi capitava anche di guardare il mare, che noi olandesi conosciamo bene, ma questo è diverso, di rocce e case, curve e monti che risalgono a nord, mentre il nostro addirittura si incava nelle pianure. Sulla Cipressa ho visto che in molti allargavano gomiti e schiacciavano pedali, ma calma eh, lo sapevo che non era il momento. L’attimo è stato quando siamo rimasti in quattro, i più forti e i più attesi, vai a sapere. La cima del Poggio, lì, a quasi niente dalla fine. Ho smesso di guardare in giro, ho preso la chiave e sono andato giù a manetta oltre quella porta d’asfalto e vento.
Siamo venuti da in fondo alla campagna, dai plats-pays che sono come i nostri; nessuno più mi insegue su quello stradone, adesso. Abbiamo affettato il traguardo nonno. Birra e rose, patatine fritte.
gene

