un minuto all’impasto di pane o calcina
questi nuovi torleri non offrono mai,
le loro mani imenizzate a uova di rana
si stringono viscide e non c’è vaticinio di maga
Solo ciancie e bugie assemblate a ricetta schifosa,
propongono e oppongono e promiscui ne ridono
mangiando tra loro le chimiche loro schifezze
Procurando a sé poltrone mollicce e aderenti
felici e contenti per la procura a cascata dei guai,
aggrappati alle chiappe, le loro, cadenti
eppur vive nel grasso convivio bugiardo
Li andrete a votare, voi ciechi e coglioni
imbastiti a neutrali e a casa vostra supini
– ch’è poi casa degli altri e nemmeno sapete
Si dicevano agrari nei tempi di guerra
quando impastare povero pane o calcina
era vita per questo paese in feroce tenaglia;
ora costoro indefessi si professano unione
nonché democratica e finanche di centro, di centro
Con loro s’accodano i tizi dalle lunghe orecchiette,
dimentichi dell’umile pane e diviso del Cristo;
s’intruppano liberali sociali passati al nemico,
fischiando e tradendo un passato di luci e riscosse;
comunisti felloni e venduti a miraggi d’Oriente,
che storia e ricordi hanno già canzonato ben bene
Si accolgono infine sul carro i pezzenti a pezzetti
raggruppati a famiglie e orticelli smagriti,
miranti di verde colore o legati a un fantasma,
più inutili varie e variabili grammi neoplastici
Mentre qui ci contiamo le briciole amare
di quel che ci resta di montagne e sapere,
di amicizia e d’amore, di bacio e d’abbraccio,
ma bensì facendo bastare inglobando orizzonte
Io vorrei che un minuto di fiamme e di fuoco,
un istante brevissimo e quindi immortale,
incendiasse le liste e le facce, le loro, di culo
e col fuoco suddetto e magnifico, noi, sì noi,
si potesse sacrali tornare a cuocere il pane
e impastare calcine per bocche e rifugi
Per tutti e per tutti, ma per loro:
no!
gene

