tuttologia in direzione contraria

Il signore mi ha raccolto

Nel pomeriggio che a novembre avanza verso il peso morto del crepuscolo, c’è ancora tempo per prendere il treno, in orario. Il Meo però, già sulla banchina della stanzioncina semipovera, vuole la sciarpa, che è in auto. Torna indré, ma la sciarpa non c’è, cristonamenti e alla fine arriviamo ancora alla stanzioncina a brucio. E via, Liverpool – Cadenazzo – Memphis – Giubiasco – Bellinzona.
– Niente guggen!
– No. In che mese arrivano?
– Febbraio!
– Ecco.
Discendiamo il Viale della Stazione, che per la fortificata capitale sono i Campi Elisi, ma solo a volte. Oggi il piccolo sole non fa altro che stare sugli occhi, senza calore né pietà e nella piazza che ne porta il nome già è andato verso l’Atlantico. Il baraccone natalizio è ancora in fieri, la pista di ghiaccio è di legno e solo il maronát dà segni di vita, ma l’immancabile coda di tre persone indecise ci spinge in via Codeborgo dove ci potrebbe travolgere un ciclista alla prova della galleria del vento. Ma solo una carrozzina con la nonna esiste lì e il Meo allunga il passo perché i bambini lo atterriscono e vuole il Bar Piazza, che è vicino al Governo e incuba qualche pensiero migliore.
Niente Omaltina. Due birre.
– Io vado in treno.
– Dopo.
Il Meo arriva in un posto e subito vorrebbe partire verso un altro, è il suo spirito pioniere. E quindi, dopo aver assistito in tivù al finale di una vittoria dell’ACeBe, un miracolino, rimontiamo i Campi Elisi ancora più disadorni di prima.
Sul treno il Meo si incazza, non vuole farsi fotografare, poi accetta come se niente fosse.
– Io vado in teleferica.
– C’è la neve.
Smontiamo alla stazioncina e con fare domenicale riprendiamo l’auto fino alla verbana cittadella che qualche luce in più della fortificata capitale ce l’ha. Lì, la pista di pattinaggio natalizia è in funzione e tutti si urtano, padri che spingono in jeans da questoweeklotienitu e bambini a spazzaneve.
– Sono matti!
Il meo si appoggia alla balaustra tra fascino e apprensione per la giostra.
– Io vado a pattinare.
– Prendiamo i pattini?
– No.
Dice sempre di voler fare cose, bicicletta, sci, nuoto, però più tardi. Cioè domani, o mai.
Quasi ora di cena, scendiamo i due scalini di legno e lui cade, un po’ goffo. Un signore lo aiuta a rialzarsi, non si è fatto niente e come premio andiamo per un crodino preliminare.
Poi a cena, entrambi in linea con la tradizione invasiva della verbana cittadella, ci abboffiamo di pomfrit e scnizel.
Gli chiedo ancora se gli fa male qualcosa per la caduta. Risponde di no, che mangerà il gelatino, e al gelatino ridiamo per l’incidente, spianato come il coyote, e che ridere, e per fortuna quell’uomo ti ha aiutato.
Non sa nulla e non interessano bibbia e altre amenità spirituali, ma crede nell’amicizia e declama, riconoscente:
– Il signore mi ha raccolto!

gene


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