Nell’ora più inattesa della notte, quando il sonno è una piccola morte, quel battito d’ali mi destava. Non il leggero e prossimo fruscìo di passero o civetta, ma una più profonda e discosta frustata di risacca sugli scogli. Tutte le notti. Come se la maledizione venuta dall’ignoto anni prima non volesse lasciarci mai. Mi gelava le vene. Ma era un istante, poi tornavo a dormire.
Io però lo sapevo cosa fosse e da dove venisse, anche se non l’avevo mai vista. Ma non ne feci mai parola, non sarei stato creduto oppure avrei suscitato terrore, peggiorando la nostra vita.
Una notte, però, attesi sveglio nel cortile e mi decisi ad affrontarla, con un paletto di frassino stretto tra le mani per una resa dei conti. La luce di mercurio della luna quasi piena la illuminò, a dieci passi, ingobbita su un tronco caduto. Chissà da quanto tempo mi osservava?
Non saprei dire a cosa somigliasse, forse un grifone come quelli dei dipinti. Nulla di mai visto, la sua testa di donna dondolava come se volesse staccarsi dal corpo di animale. Mi aspettava con gli occhi tondi accesi, la massa di capelli che si confondeva con le piume delle ali e le zanne scoperte dalle labbra vermiglie. Sulla schiena le si aggrappava un altro volatile, o come si voglia definire, dal viso ottuso e vecchio, più piccolo di lei.
La guardai, non sapendo in quale lingua dire.
Parlò lei: “Naai… gra!… siaamo amizi… gra!… zi zi zi!”. Poi volò via con quell’altra creatura muta sulla groppa. Non avrei dimenticato il suono rapace della sua voce.
Il giorno dopo lasciammo per sempre la casa nei boschi, io addussi una scusa qualunque che nemmeno ricordo, sono passati tanti anni e i due mostri erano rimasti lassù, o tornati nel loro girone. E noi eravamo andati alla periferia della città, in cerca di pace e sogni.
Poi, la notte scorsa, ho sentito di nuovo la cupa risacca sferzare gli scogli. E ora sto aguzzando un paletto di frassino.
gene

Postilla
La montagne sono piene di leggende mostruose, che diventano vere anche se non ci credi.
g.



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