tuttologia in direzione contraria

Autofiction #2

Nel 1977 il Professore di italiano stette via per malattia, sostituito da un giovane coi capelli scuri e ricci che lo facevano sembrare Branduardi. Pensammo così di passare dal cinismo autoritario del Professore alla vicinanza libertaria del Supplente. Che invece si rivelò uno stronzo mortificante, una fiera dell’est di chiodi arrugginiti e inestricabili vaghezze agitate dal malanimo.
Il ginnasio di Bellinzona era una cosa strana, per esteso: disciplina e complessità, mascherata con una finta connivenza da sixty-eight ammuffito. I professori si barcamenavano tra espressioni giovanilistiche e rigidità cattedratiche che li avrebbero innervati per sempre. Difficile provare empatia.
Per me era un disastro. Con Dylan che incitava a tempi da cambiare, sì, col cazzo.
Sperai con ardore che il Professore tornasse presto e un mesetto dopo fui esaudito. Il Supplente venne ricacciato nella sterilità da cui era comparso e il titolare cominciò la lezione appiccicandosi un’etichetta sulla fronte sulla quale stava scritto “Sali e Tabacchi”.
Nessuno rise, la capiva solo lui.
Con grande maneggio ci riconsegnò i temi liberi che in sua assenza avevamo scritto sotto l’ignavia sprezzante del Supplente, che manco si era degnato di correggerli. Prodigo di punteggi altissimi che mai avevamo sfiorato, il Professore corredava di commenti stupefatti ogni testo, con lo studente in piedi davanti a tutti. Molti miei compagni erano soddisfatti per gli encomi.
Ma a me suonavano male.
Lui che ci scarnificava con le tagliole di Montale e ci infilava le virgole su per il culo, ora si sperticava in lodi per i nostri pensieri liberi e sparsi.
Non ricordo il titolo del mio tema, ma parlavo della psichedelia che scorgevo dalla finestra della mia camera. Mi ero fatto trascinare da quell’improvvisa libertà d’espressione, che nei giorni infiniti del rigore scolastico non era mai permessa, osteggiata dalla necessità programmatica di parametri occludenti, orari, dinamiche, scopi, risultati, disciplina. Materie!
Quando toccò a me, uno degli ultimi dell’elenco, mi avvicinai alla cattedra con le idee in chiaro. Lasciai che il Professore srotolasse gli elogi, che a quel punto mi risuonavano beffardi, e poi dissi la mia.
“Se lei pensa che io questo tema l’abbia copiato, può tenerselo.”
Sempre con l’etichetta appiccicata sulla fronte, appena sopra gli occhiali neri da orbo omerico, rispose: “Quanto siamo permalosi.”
La lezione proseguì con lo svisceramento a mani nude del solito Montale, e la parentesi creativa andò affanculo tra l’animo nostro informe e il desiderio di un gol di Keegan.

gene


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