
Il pomeriggio è di quelli immobili, che si schiaffeggiano tafani e mosche istupidite dall’altura. Anche le piccole cavallette di montagna friniscono di noia. Il Pa’ è su che gratta la roccia per liberare la sorgente, immusonito perché gli ho detto che non ne ho voglia. La Mam e la Doni sono andate dalle cugine per fumarsi una paglia senza rimproveri.
Sono le cinque. Vado.
Cioè, vado giù. Da milleduecento metri giù fino a duecentocinquanta. Fendo l’agosto nei castagni, a balzi. Cazzo, vent’anni, la dinamite nelle caviglie. Spazzo ciottoli e foglie come fa il maestrale insonne. Il caldo del fondovalle è un muro del suono che conduce alla melma dell’afa. La montagna mi piace, si beve si mangia, si sta fuori ad aspettare la notte con un fuoco e la Meni. La Meni che non ci siamo baciati, figurarsi, neanche detti nulla, troppi giochi d’infanzia, innocenza e crudeltà, perché ci si possa poi dichiarare nello sviluppo inatteso degli impulsi.
L’allenamento non attende e scaccia le indecisioni.
Arrivo sul fondo e attraverso campagna e fiume, con buon ritmo, che mi servirà a centrocampo da settembre a maggio. A casa mi gusto il rimbombo, che su in montagna non c’è perché i muri sono vicini.
Al campo il Renzo insiste con le diagonali che scazzano i polmoni. Si sopporta per la questione di settembre, la forma, i recuperi, i contrasti, il gioco senza palla.
Non mangio niente e corro ancora sudato, oltre la campagna e il fiume e su per l’erta di ritorno. La dinamite però si è bagnata. A metà del cammino bevo al ruscello, verso l’imbrunire. Quando riparto e calcolo che in mezzora sono su, la notte scende. Negli occhi, nello stomaco.
La fame. Cazzo.
Ogni passo è da calcolare, le ginocchia sono in rivolta. Voglio mangiare erba, felci, cortecce. La montagna è un incanto macabro, ogni respiro è esalato, i pensieri ridotti a uno scopo solo: mangiare, mangiare, mangiare.
Ma non c’è niente. L’ultimo prato al quale anelo a ogni svolta, senza più memoria di quel sentiero che mi era familiare a ogni metro, è un miraggio che sembra allontanarsi.
Non posso farcela. Mi vengono in mente gnocchi, salamini, polenta, minestroni. Mi inseguono, mi precedono, mi sorvolano come spettri inafferrabili.
Mi accascio. Aspetto domani, basta! Qualcuno passerà con un biscotto o una briciola di qualcosa, no? Il cuore fa panf panf panf come nelle diagonali del Renzo, ma da fermo.
Mi avvinghia la noia e mi rialzo, sembra andare meglio. Dura venti metri, l’illusione, e poi ricominciano le gambe da trecento chili che la testa non governa più. La fame. La fame.
Nel buio, riconosco i primi fili d’era del prato, che voglio mangiare ma ci avranno cagato le pecore. Forza, ancora cinquecento passi. Cinquecento. La lucina della cascina, nei riquadri della porta a vetri. Un faro sfocato che sembra a Ogigia, Circe mi inganna. L’ultima erta, dieci passi e sarò salvo.
Spalanco la porta, forse carponi, e dentro c’è una marea di gente nel fumo, che non sto lì a riconoscere, forse è solo l’immaginazione. Sul tavolo, avanzi di panettone. Veri, vivi, solidi. Li divoro, senza soffocare ma per un pelo. Faccio pietà, ma tutti si divertono.
Anche la Meni. Spiegazioni dopo, se mai rinvenissi.
In settembre, alla prima partita, il Renzo mi metterà in panchina.
gene
