Il veleno

Il nuovo allenatore, con quel fare militaresco di parole e postura, si era dato il titolo, nemmeno originale, di Sergente di Ferro, e avevamo riso di soppiatto perché noi invece avevamo in mente Marley e Cantona. Lui forse tizi inflessibili come Sentenza. Una serie infinita di corse punitive ci rimise al nostro posto. Si era portato con sé un trio di fedeli leccaculi che l’avrebbero seguito anche al fronte e che alle partitelle d’allenamento ridevano a ogni gol. Ma se ridevo io, o qualche altro di noi, cinque diagonali e lui, il Mister, a cronometrare urlando per niente.
L’ambiente era così teso che invece di giocare si litigava. E lui era contento per la cattiveria che chiamava grinta. Non so quante squalifiche ci rifilarono, ma la classifica era buona perché a furia di scorrettezze eravamo temuti e le altre squadre sbagliavano per nervosismo.
L’anno prima ci allenava un maestro di ginnastica che in gioventù era stato un grande giocatore del Velez. Ammirava l’Olanda e il Brasile, leggeva Platone e cantava con una voce d’altri tempi. Era così bello giocare in quel modo spensierato che il presidente, livoroso, ci diede dei fannulloni a metà di una partita. Che poi vincemmo e lui si arrogò il merito. Ma era ora di cambiare, secondo lui, e quindi defenestrò il maestro e portò il Mister Sergente, con i tre proseliti al seguito.
Tutti noi avevamo anche altre cose da fare, ma il veleno era ormai entrato in circolo ed eravamo astiosi a casa o al bar. Ma che modo era di intendere il futbol? Tra un corri somaro e stai zitto quando parlo io. Si finiva in panchina o fuori squadra per un ritardo, magari dopo una giornata in montagna con la motosega. O per qualche momento di inevitabile insofferenza.
Un giorno protestai per un passaggio sbagliato e per un mese finii a fare giri di campo nella brina. Era una catastrofe. A un certo punto mi venne perfino l’idea di piazzare un autogol apposta, magari in una partita di quelle decisive. Ma non me la sentii, mi sembrava troppo un tradimento così.
All’ultima partita eravamo primi e con un pareggio saremmo stati campioni. Il Sergente era tanto sicuro di sé da tener fuori tre ragazzi in gamba per dare gloria ai suoi fedelissimi, che durante la stagione si erano rivelati dei pesi. Stavo in panchina col muso lungo e la sensazione che non mi interessasse vincere o perdere. Quando, ancora sullo zero a zero a poco dalla fine, vidi il presidente sorridere dell’ennesimo insulto del Sergente a un ragazzo con gli occhiali che giocava all’ala sinistra, desiderai che gli altri ci facessero gol mandandoci all’inferno.
Non successe.
Ma gli unici a fare festa per il titolo furono il Sergente, il presidente e i leccaculi. La storia era finita lì, senza piacere, e andammo ad annegarci di birre malinconiche al Fin del Mundo, con Marley a manetta per lenirci, senza brindare. Poi il Sergente spense il giradischi tranciando Stir it up. Il ragazzo con gli occhiali fece cinque passi di corsa sghemba e gli mollò un calcio di punta in un ginocchio. La rissa che ne seguì regolò parecchi conti e almeno la giornata, per me, ebbe un senso.
Mai e poi mai giocherei ancora, pensai sul ponte, dopo aver buttato la sacca nel Tasin.

gene

2 risposte a “Il veleno”

  1. Avatar dependabletriumph733af307f0
    dependabletriumph733af307f0

    Cerco sempre di capire il contesto, ma volte a parte qualche indizio che mi è familiare non ci riesco, per cui credo sia meglio concentrarmi sul racconto. E allora, allora devo dire che il racconto è splendido. Lo Stelio

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    1. Caro Stelio, non cercare paragoni con il passato o i ricordi, le mie storie sono invenzioni e le trame mi servono per definire i miei sentimenti. Che quelli sì, spesso, sono comuni a tutti

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