Il buco del Righino

Il Righino aveva il padre cacciatore, ma lui non era capace con le mani e gli cadeva tutto e forse si sarebbe sparato nei piedi. Un po’ grandino, scartate tutte le attività artigianali, disse che voleva fare il giornalista. Il suo pa’, che insomma, qualche porticina l’aveva costruita, lo portò al Corrierao, sezione “dei Piccoli”.
Fu in quel tempo che lo conobbi, al corso semestrale di giornalismo. Il Righino non era male, anche pur parendo appena sortito da chiesa col vestitino della comunione, ma un po’ vecchio in confronto ai suoi anni.
Intanto che alcuni di noi passavano mattinate e pomeriggi al corso tra la noia e la protesta, il Righino prendeva appunti con la sua bella biro. Poi, la sera, tornava al giornale – era finalmente stato promosso al Corrierao, seppur cronaca locale.
Ci pareva proprio indefesso, con sprazzi di simpatia quando si irrigidiva come punto da un cactus in occasione di qualche intemperanza verbale. Veniva anche lui, ogni tanto, in birreria per il pranzo disgraziato che avrebbe introdotto il pomeriggio di sonnolenza. Ma, agli schiamazzi etilici, tendeva ad andar via con qualche scusa – il meccanico, la stireria o altre cose che delegava.
Un venerdì sera che avevamo deciso di fare una festa di chiusura del corso – che in realtà non era neanche a metà – cantò in playback Adesso tu, che se non sbaglio parlava di uno nato ai bordi di periferia. Il Righino sollevò moti di tenerezza, forse un’infanzia complessa, forse una scarsa frequentazione pelvica, magari un orizzonte imposto di vedute strette. O quella cosa che prende certi individui nel confrontarsi con l’ingombrante figura paterna, che nel suo caso sparava colpi di fucile e intemerate politiche.
Boh, vai a sapere, non sono uno psichiatra.
Ma alla festa seguente, qualcuno a torso nudo sul tavolo, qualche altro all’arrembaggio delle pericolose e quasi vergini terre dell’altro sesso. E il Righino e un paio d’altri, invece, a dissentire. Ma non eravamo tutti parte di un collettivo ribelle contro il sistema?

Nubi nere all’orizzonte.

Accadde il fattaccio. Verso mezzanotte, quando tutti eravamo ormai dal Luis o alla Clava con le birre, il dramma: il Presidente del governo era morto all’estero.
Il Righino, che appena prima era in redazione a ultimare le pagine che tutto il piccolo mondo antico avrebbe letto il giorno dopo, tornava in auto a casa e gli telefonarono per metterlo al corrente della notizia clamorosa. Lui, già sulla strada consumata dell’esperienza, disse che nessuno l’avrebbe pubblicata, troppo tardi, e andò a nanna.
Il giorno dopo, oltre a radio e televisione che ampliavano servizi, la morte del Presidente era in prima pagina su tutti i giornali del Paese. Tranne che sul Corrierao.
Penso che siano stati mesi difficili per il Righino. Concludere il corso, quasi ammutolito e inane alle beffe, e dare un senso alle cose.
All’inevitabile festa di chiusura, non partecipò. Superammo il lutto protraendoci fino alle prime luci dell’alba, anche per lui.
Diploma a tutti e poi via per le strade del mondo a svolgere la nostra professione, tra splendori e miserie. Il Righino, e io sono proprio contento, ce la fece a riemergere dal profondo buco e adesso che è passato mezzo secolo è salito così in alto da ambire alla massima poltrona del Corrierao.
Diciamolo senza troppi giri di parole: che culo!

gene

Lascia un commento