L’estraneo

La piazza è molto ampia e lastricata di basalto consunto. È racchiusa da imponenti edifici. Non c’è gioia nelle movenze mute delle persone che, come maschere, la percorrono senza un’idea di logica a me nota. Il senso di morte è quasi visibile e disorienta i sensi: una spessa nebbia di suoni putrefatti. Mi tocco il volto per confermare la mia esistenza.
Non andarci, mi dicevano gli amici. Ma il suo nome era un richiamo troppo forte per un ateo come me. Volevo indagare le mie certezze e quelle degli altri. Partii.
La vidi, la Città, le membra moderne dipanarsi da un torso calcinato e oppresso dalla furia umana di cemento e androni. Poi questa piazza, della quale non voglio nemmeno pronunciare il nome.
Dio qui non c’è, ammesso che da qualche altra parte ci sia.
O sono io che non vedo e non sento. Osservo uomini allucinati e dagli abiti anneriti o ialini, a capo coperto; donne velate e schive, periferiche. Chi sta appoggiato a un muro con la fronte, chi scalzo, chi prono. Tra litanie a fior di labbra serrate che di rado vengono interrotte da gridi laceranti, le bocche mutate in fauci.
Sirene fischiano all’improvviso e in pochi secondi resto solo. Sarà Dio che chiama? Il dubbio è subito travolto dai soldati che sono sciamati dentro la piazza livida, come esplosi dalle pietre, i volti nascosti da visiere nere, il corpo gonfio d’armatura e fucili. Possono sparare solo a me, l’unico estraneo rimasto.
L’ordine arriva da un dio che non sono riuscito a conoscere? Mi uccidono.

gene

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