Pasqua

Due uomini sono in piedi all’ombra di un acero. Uno parla, l’altro ascolta.

Com’è che sono qua adesso? Era venerdì di una settimana sprecata, come tutte. Il capo mi ha chiamato in ufficio e in grave ma falso imbarazzo mi ha detto che ero licenziato.
Mi spiace, la decisione del Consiglio è insindacabile, io sono perplesso, abbiamo bisogno, hai lavorato bene, i costi, il calo. Ma hai diritto a due mesi pagati.
Ah beh… Non mi interessa.
Ho raccattato un’agendina. E sono uscito.
Te lo dico sinceramente: mi frullava da tempo l’idea di lasciare tutto, di non vedere più i padroni e le mie percentuali, di non fregare più la gente con cianfrusaglia. Avevo voglia di andarmene in giro senza quella croce sulla schiena. A far niente di serio, o di vedere che succedeva qua e là. Forse era un’idea balzana di chi come me consumava vent’anni allo stesso modo, dall’alba al tramonto, giorni e settimane e poi mesi. Come fai con una vita di quel genere a liberarti dai riti? Il programma, il telefono, la pausa, la sera a calcio e pizza, o la ciolatina. Io sentivo che un giorno sarei morto senza sapere niente. E senza che gli altri sapessero di me.
Mi hanno licenziato, li ho mandati a fanculo tra me e me, ho pensato se magari ero afflitto, mi sono tappato in casa.
Il sabato l’ho passato a definire spoglia la mia vita e poi a comperare zaino e scarpe vere, non quelle da ufficio che perdono la vernice. Non mi sono fatto vedere da nessuno, forse hanno pensato che ero morto o sepolto.
La domenica sono riemerso bello solido e sono uscito nell’ora del pomeriggio quando la noia abbatte tutti e la città è abbandonata. Avevo lasciato un biglietto sul tavolo, una di quelle cose dove dici che stai bene, che penserai a tutti, non cercatemi.
Non mi hanno cercato.
Sono qua adesso e domani magari riparto.

gene

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