
Guardavamo le auto passare e noi, fermi, ai bordi dello stradone nella fissità torrida dell’estate. Il Nandel estrasse quel gioco dalla sua fucina, infiammata dalla mano tremante della noia. Acqua in bocca, nel senso stretto del termine,calzoni corti, sandali di plastica e sporadici cappellini della campari, raccattati da terra dopo il lancio della carovana del Tour, di solito figli di una disputa col Iumf, vecchio vitellone che arraffava tutto ciò che poteva e a noi toccavano fughe con la refurtiva. Cioccolatini squagliati, caramelle appiccicate alla carta, barrette cementate di Omaltina e, appunto, qualche cappellino. A volte, bandierine del Toblerone o simili, che facevano al caso del gioco che il Nandel aveva procreato con tanto di nome: I Tizi Bruti.
Lo scopo era non ridere alla vista dei guidatori di auto che passavano, in momenti di traffico intenso, al ritmo di una ogni quarto d’ora. Mani dietro la schiena, guance gonfie d’acqua e avanti, ad attendere in quella maniera che, se solo uno si grattava le palle, ci si strozzava col riso. Ma era quella la sfida: tenere l’acqua in bocca sénse ingangorass, anche di fronte al transito del Zepri o del Demarchi, allucinati nella loro deriva automobilistica e propensi all’incidente per un nonnulla.
In un pomeriggio di gelati sciolti, al passaggio di un Tizio Bruto e forestiero, il Nandel esplose e come un geyser spruzzò sul parabrezza del Tizio. Che stincò e balzò fuori, rincorrendoci per una decina di metri, giusto lo spazio per infilare la carèe da mezz e far perdere le tracce in quel territorio conosciuto solo a noi che erano gli intraducibili gàrof del paese vecchio.
L’estate dopo ci mandarono in colonie separate, dove si doveva pregare prima di mangiare e la libertà era un peccato. Tizi Bruti, molti. Ma acqua in bocca nemmeno una goccia.
Il Nandel mi ha chiamato l’altro ieri. “Col traffico di adesso ne facciamo una pelle”. Abbiamo provato, ma non faceva più ridere.
gene
Postilla
Il gioco è un corpo a corpo con il destino.
Anatole France


efficienza. Per fare in modo che i progetti creativi del Precursore si realizzassero, occorreva che il Probatorio li sancisse come legge. Se invece era il Probatorio a voler fare di un’idea una legge, si affidava al Precursore per dare una forma al progetto. Andavano benone. Un esempio: il Precursore immaginava una nuova pietanza, il Probatorio procurava ingredienti e, quando il sodale aveva finito di cucinare, imponeva la nuova pietanza come obbligo nelle mense scolastiche e aziendali. Questo procedimento andava a buon fine anche all’inverso, quando il Probatorio immaginava un obbligo dietetico e incaricava il Precursore di realizzarlo a suo piacimento.
averne una. È Preonzo, il mio paese, il posto che mi ha nutrito di sensi e pensieri, fatto di parole astruse senza le quali non riuscirei ad articolare sentimenti in modo credibile. Per questo, ogni tanto scrivo nella mia lingua materna che a molti sembra un geroglifico, ma per altri è la vicinanza e l’abbraccio. “Vorémes bén fin tan c’as védom” era l’espressione di difesa di un conterraneo di fronte alla protervia altrui e anche se non riesco sempre a ripeterla, poiché l’arroganza mi suscita più rabbia che compassione, la penso spesso. Poi, reagisco con le mie poesie (che non considero tali, ma non so come descriverle altrimenti) in lingua preonzese, zeppa di “o” chiuse e “e” aperte, in direzione contraria al dialetto della ferrovia e all’italiano, nonché all’omologazione in terribile voga. Mi sono sempre applicato nelle letture, provando a scrivere in rigorosa ortografia e sintassi; ma quando il cuore preme, ecco Preonzo con le sue asperità soavi, puntuto e preciso, spiritoso e libero, a volte drammatico. Lo farò ancora e sempre, perché “chél c’a gusctu a rasusctu”. E pazienza se non si capirà.