
Non te ne andrai vero? Non smetterai di sorridere intanto che pensi a possibili rinascite? Terrai la stessa innocenza di sempre, buona e cattiva? Perché, sai, io non posso fare senza di te, mai. Sì, va bene, mi piego, lavoro, concedo, ma voglio la certezza che dentro di me ci sia tu con le tue canzoni, con le tue idee, con la rabbia di chi non è quasi mai d’accordo. Sta pure discosto, cammina ancora da solo nelle nostre nuove periferie di casette palazzi e magazzini dai tristissimi colori e fogge, con le loro siepi e reticolati, attraversa strade con il beneficio della finta educazione dei nostri autisti, vai avanti a percorrere sentieri induriti dal tempo, abetaie buie e pascoli inascoltati. Va bene, allontanati quando vuoi, ma non andare via da me e dal mio cuore incerto. Dimmi che non cambierai. Sarai sempre sulle spine? Sì, vero? È dalle spine che ti trafiggono che nascono splendori minuti. Toglile pure le spine, ma ripetimi che non hai paura di altri trafiggimenti, e che anzi ti fanno girare il sangue ripulito, come frustato da ortiche alpestri. Dimmi che non rimarrò solo di fronte allo scoscendere di legami e obblighi. Sussurrami all’orecchio parole di rivolta, calde e serie, che svellono i discorsi inanimati. Ti divertirai sempre con niente, vero? Ricordami che dividere la tavola e i giochi è il solo modo di stare al mondo. Voglio la certezza che ti piacerà sempre la pioggia, mentre in direzione comune si anela al sole. Lo so, io devo stare nella corrente che trascina tutti verso un mare inquinato, ma desidero che tu mi giri e mi faccia risalire il fiume come le carpe, dove l’acqua lampeggia. Lo pretendo! Per questo e per altro, ti chiedo un’altra volta: non andrai via mai, vero, anima mia? E per ultimo: è vero quello che dici sempre nelle tempeste, che non morirai mai?
gene
Postilla
L’anima si nutre d’estasi come la cicala di rugiada.
Anatole France


in orari vuoti di bambini e cani; oltre la campagna lo stradone risuonava di ferraglia e olezzava di benzina, incolonnati i pendolari, stanche le autoradio, assonnati gli occhi. Solange invece s’inumidiva il volto di rugiada e si librava nelle idee. Le curve d’asfalto dei viaggianti inscatolati, sull’argine diventavano volteggi di confini valicati ogni giorno come una promessa di terra inesplorata. Solange incontrava Pippi che frugava nel cavo del castagno per offrirle una gazosa, sfuggiva ridendo l’orco, strizzava l’occhio al lupo, superava con delicatezza Poulidor l’eterno secondo, salutava Fitzcarralldo, alzava lo sguardo verso il Barone rampante, incrociava Aureliano Bendìa, discuteva con Don Chisciotte, sogghignava del Becaària alle prese con la legna e di Huck Finn in navigazione. Nelle orecchie le risuonavano i tempi finalmente cambiati di Dylan e i sogni di rock ‘n roll del Liga. Cantava Margherita e recitava Ungaretti. Pensava agli amori e agli amici ogni volta che voleva. Dal cestino sul manubrio tirava fuori banane e whisky, caldarroste e manioca. Nei capelli le fioriva la primavera, si infuocava l’estate, si colorava l’autunno e fioccava l’inverno deponendo cristalli. Il sole abbronzava, l’acqua leniva, il vento sollevava la gonna. Nei giorni delle prove delle Moto Gp infilava un cartoncino nei raggi; sventolava un girasole a ogni notizia buona incastrata tra le pessime. Betulle pioppi ontani noccioli frassini e pini scansati come porte di uno slalom, sassi evitati come pensieri da scacciare, pozzanghere sorvolate come fanno i poeti con le banalità.
