Le parole sono vittime, sbranate dalle bocche stesse in cui si formano e da cui escono come poltiglia. Un parolicidio. Tutto è comunicato per slogan, come se ad ascoltare ci fossero solo menti semplici e non invece semplici cittadini. Ciò che sta perpetrando la politica, e di riflesso la sua costola che è la società civile, con la stampa a percuotere la grancassa, è amorale. Da destra frasi fatte su identità e chiusura, per mascherare il fascismo di fondo e la totale mancanza di idee che non siano legate al procacciarsi voti e favori; da sinistra piagnistei, assenza di autocritica, goffi equilibrismi, oltre a una buona dose di supponenza intellettuale. Una determinazione comune c’è: togliere valore alle parole.
Le parole stampate
Dalla comparsa del Gas (Gente che accende la Società, informazione online che cerca la rissa e non ammette dissenso), le parole stampate si sono fatte pesanti come ogive, nella rincorsa miserrima a quelle vomitate dal Mattino, ma peggiori nello scadimento umano poiché provenienti da quella parte che si picca ancora di essere progressista. Scherani dell’informazione elevati a buttafuori posticci, egocentrici, permalosi e incattiviti, inguardabili nelle loro acconciature bellico-patinate e illeggibili nelle loro retoriche velenose. Gli altri giornali storici se la devono vedere con il bilancio, quindi si schierano a gettone.
Le parole inutili
In Parlamento, poi, ancora parole svuotate di sentimento, pavide e acide, votate a tecnicismi e distinguo, tranne quando si tratta di scagliarsi l’uno contro l’altro per puro spirito personale. Ci sono eccezioni –idealisti della Mancia che quando salgono al pulpito granconsigliare o si espongono alla vetrinetta dei media vengono accolti da sorrisetti di compatimento o sbuffi di noia (perché i problemi veri annoiano, infastidiscono, impegnano, fanno calare l’audience) – che illuminano solo la taccagneria del dibattito.
Le parole utili
Un anno e mezzo è passato dalle elezioni e non è successo niente che possa indirizzare verso un’idea di futuro, positivo o almeno visibile. Forse nelle commissioni dibattono con argomenti profondi, ma al momento di comunicare il risultato delle ponderose valutazioni, esprimono i suddetti slogan ad uso dell’elettore, triti, ritriti, fastidiosi, insultanti, tendenziosi, protervi, minacciosi, strumentali, ammiccanti e aggiungete tutti gli aggettivi che volete. A volte, e sono i momenti peggiori, addirittura e pateticamente spiritosi, zeppi di metafore fruste e inappropriate, piegate allo scopo del momento e accompagnate da una soddisfazione palese che disegna maschere al posto di volti. È già partita la campagna elettorale per il 2019, saltando a piedi pari compiti e doveri annegati nel fossato di interrogazioni inutili, decisioni inapplicabili, spartizioni di torte e proclami vaneggianti. Lavoro, istruzione e salute piegati alle lune del momento, ai bisogni, alle accondiscendenze, agli interessi di bottega, all’ego microscopico e esibito di politici e portaborse mediatici. Il popolo ancora abbocca e allora avanti con le esche, che nascondono sempre un amo tagliente.
Le parole malate
Questa epidemia di merda che ammala le parole, si è espansa anche nei villaggi, nelle bettole, nella strada e nella piazza, addirittura nella cultura, dove si assiste ammutoliti alla scalata del nulla e del ripetuto, alla reiterazione dei proclami come passi di un breviario malefico scritto da mani tremanti e incontrollate. Questa merda che fertilizza odio e inanità, che ottenebra dirigenti e sottoposti, che produce ipocrisia, che difende il potere maledetto, che fa inchinare ai licenziamenti immotivati i cui costi sono scaricati sulle sempre più gracili spalle della socialità senza che a nessuno venga in mente di chiamare alla cassa i tagliatori di teste e i loro mandanti. Intanto, noi cittadini, possiamo solo incarnare Barabba e Cristo, mandati alla guerra civile come carne da macello senza neanche poter decidere chi salvare dei due, e dunque scannandoci a vicenda.
Le parole ribelli
Tutto questo in uno sputo di terra nella quale le banane non sono mai cresciute e mai cresceranno, alla faccia degli imbonitori e nonostante l’abbondanza di concime.
gene
Postilla
Ci sono piatti da cui è il caso di non mangiare