Consumata un’altra partita e alcuni pezzi preziosi di cartilagine, col Mansueto ci incagliamo sull’ultima birra possibile, nel solo bar demodé e aperto nei dintorni di questo presente annacquato. Non diremo il nome dell’antro, ma la sera è stellata e la zia da guardare con quella nostalgia dei vent’anni che solo l’alcol o la sconfitta fanno riemergere cazzutamente dall’oblio in cui ci confiniamo per questioni di comodità. A un certo punto, dalla terrazza si precipita il Bulo vaneggiando di un topo nel bar.
– Non è che hai bevuto troppo zio?
– Non fare il cretino, l’ho visto, è lì sotto.
Al che, mi alzo, sposto la panca in pino cembro, ma del topo nessuna traccia.
Il Bulo scuote il giubocs, ma niente, nessun animale. Poi passa a quel totem illuminato che è il gioco delle freccette e lo malmena furioso, cristonando.
– Si nasconde quel bastardo – dice, riferendosi al fantomatico ratto.
– Già già – ribadisco serio, ma non tanto.
– Smettila! C’è! L’ho visto!
E andiamo avanti a spostare mobili. Entra anche il Lobia, giovane neopunk, convinto che il Bulo non sia uno che menta. Anche lui, avanti a scovare angoli.
A me viene in mente una cosa e la dico al Bulo stesso, ormai fuori orbita. – Non è che magari quel topolino ha una chiavetta sulla schiena e si prende gioco di te?
– Non prenderti gioco dei miei sentimenti.
Nel mentre, il topo, grande una bella spanna, scatta e schizza fuori nella notte, infingardo.
Ecco. Brutto non credere a quelli davvero attenti alle minime cose.
gene
Postilla
Gli specchi dovrebbero pensare più a lungo prima di riflettere.
Jean Cocteau

cipiglio, che fa anche rima indissolubile con Virgilio, il suo greve nome, appunto. Libertario senza neanche saperlo, del Vate mantovano non ha niente. Lui ama Tenco fin da bambino, quando girava per i vicoli cantando fuori tempo massimo, per uno della sua età:
qua s’è fatta notte e non si vede un cazzo. Dove siamo?
Guardo giù e nella luce dei falò, agitati dal fantasma di Tom Joad, moltitudini tengono in mano il biglietto di sola andata, con la speranza tenue di un rosario. La loro corsa si chiude qui, nei centri di raccolta, che li rivomitano indietro. Un rimpiattino con la vita, degli altri. Noi che possiamo fare? Ci hanno messi di guardia obbligandoci a un dovere che riconosciamo sempre meno. I nostri… Pingui, freddi, fedeli alle leggi scritte da loro stessi su ordinazione di un popolo feroce.
loro hanno altro da fare che incunearsi in direzione contraria. Noi dobbiamo passare dove sono passati loro, per raccogliere le cose che buttano e per ripiegare le loro onde, così da poter navigare oltre il loro passato sepolto, verso il nostro futuro. Vedrai che all’orizzonte ne appariranno molte di navi umane in massa, ma ben poche saluteranno e ancora meno si fermeranno a scambiare doni. Se andrà bene, una di queste navi si volgerà e seguirà noi con una nuova ebbrezza. E stai attento, che da alcune tenteranno abbordaggi o spianeranno colubrine. Ti ricordi cos’ha detto Luca l’altra sera? Siamo fuori, fuori di testa, fuori tempo, fuori legge, fuori registro. Prendine atto e andiamo.