– La porta è aperta.
– Non abbiamo la chiave!
– Sì, ma cazzo, è aperta!
– Eh, no, le porte senza chiavi non vanno.
– Ti spiego con calma… La porta è chiusa, tu hai la chiave, la metti nella serratura, la giri per una mandata o due, abbassi la maniglia e spingi. Ci siamo fin qua?
– Sì, solo che la chiave non ce l’ho.
– Va bene, non ce l’hai… Se la porta è chiusa e non hai la chiave, la porta resta chiusa e non si apre. Ma se la porta è aperta e tu non hai la chiave, il problema non sussiste e tu puoi passare di là. No?
– Mi chiedo perché la porta è aperta…
– Ma che ne so… Ti avverto che piove a dirotto e siamo fradici, se non te ne sei accorto. E oltre quella porta, c’è il riparo.
– Sarà di qualcuno quella porta, magari è in giro e non gradisce che si entri.
– Magari è dentro, magari s’è scordato. Entra, minchia!
– E se fosse una trappola?
– Già, sarà dentro con lo schioppo.
– E se fosse una specie di invito fasullo?
– Esefosse esefosse! Possiamo solo saperlo quando siamo dentro. Entra!
– Prima tu, che te ne fotti della chiave e di tutto quanto.
Pressato dal diluvio e inviperito dalla discussione, si lanciò con impeto attraversò il vano. Con un rumore di ossa rotte si ritrovò per terra di schiena, con tutta l’acqua sulla faccia. L’entrata era solo dipinta, come le gallerie del coyote.
– Serve la chiave.
gene
Postilla
La realtà esiste nella mente umana e non altrove.
George Orwell

tenuto testa a tutte le esortazioni, quelle dei medici e dei parenti, fin quasi ai due anni, ma si dovette rassegnare poiché la solfa era ormai ininterrotta. Alzati Pinin! I genitori applaudirono allora l’ergersi di una vita pronta a stare con il mondo.
nere. Impolverati di segatura, con la sega circolare muta ai piedi, guardammo il corteo, sentimmo la musica. Ci venne da sorridere e ci piacque, stabilendo che nella remotissima idea di morire, l’avremmo voluto così anche noi quell’ultimo viaggetto. Il Rosselli, liberale dell’Ottocento, faceva Carlo di nome, come l’esule socialista ammazzato dai sicari fascisti. Forse, il nostro, nemmeno sapeva dell’esistenza di quell’altro, ma ne ricalcava tratti e impennate.
ottusamente come un trofeo polveroso, disegnava una proterva difesa dell’esistente e soffocava ogni slancio. I poveri, sempre più numerosi, venivano additati e poi relegati in una specie di ludibrio. Strani personaggi agghindati e motorizzati erano i ricchi falsi, mentre i ricchi veri avevano colonizzato tutto quanto fosse a portata di potere. Lo Stato riduceva aiuti e solidarietà, bersagliato da slogan sulla libertà promossi da politici senza scrupoli che avevano ridotto strati enormi di popolazione alla schiavitù del debito, diretta conseguenza del lavoro pagato sempre meno. Ciò che in passato era stato affidato ai colpi di fucile delle guardie, ora era perpetrato a colpi di carta bollata, licenziamenti improvvisi e incassi selvaggi, sotto i quali la libertà dei poveri soffocava nel ricatto e nel bisogno.
con la sua cinse quello di lui, per aiutarlo senza molta tenerezza a camminare fino alla fontana, dove la vacca aveva lasciato libero il posto, incurante di tutto.
rifiutavano anche i muli. Per amore tutto suo, che dall’altra parte cenni decisivi non ne aveva ricevuto mai in quei sei mesi di inappetenza e sonni disturbati. Un mazzo di margherite nella mano destra, quella del gas, che poverine perdevano petali a ogni scossone e in cima quella trincea di ghiaia e sterpi erano solo steli cascanti con qualche traccia sporadica del m’ama non m’ama. Lassù, di fianco alla chiesa, la casa del suo amore. Appoggiò l’esausto mezzo a un muretto sghembo e con la miseria in mano s’avviò. Gli tremavano gli arti, per anchilosi da viandante.