Alt! Vietato pensare male. Spiego.
C’è un’esortazione che più di tutte ha connotato i ticinesi, verso sé stessi e verso i fratelli confederati: Nem al Crot! Generazioni al Grotto, famiglie, squadre, ditte, individui di ogni fatta ed estrazione, bambini e vecchi, ragazze in fiore, signore posate. Insomma tutta la popolazione e tutta l’innocenza dei bei tempi sociali e contadini andati, magari mai esistiti per davvero, ma sembrava. Una ruralità pedestre e motorizzata, un boom. Una transizione dai cibi personali delle famiglie al ritrovo pubblico; e sulla tavola quegli stessi prodotti, mazza nostrana e formaggi, vino e acqua. Poi la cosa si è evoluta e qualche piatto caldo è apparso, busecca e polenta, selvaggina, brasati, spezzatini, minestrone. Ma sempre, come si direbbe adesso, a chilometro zero. Nem al Crot!
Senza fare troppa retorica, era bello. Un’oasi domenicale soprattutto, in ricordo dei ritmi della campagna, ma poi anche le sere di un periodo che abbracciava metà primavera, tutta l’estate e trequarti d’autunno, quando al massimo c’era il fuoco del camino, ma spesso neanche quello perché i tavoli erano praticamente tutti all’aperto.
Gli anni Settanta e Ottanta del lontanissimo Novecento sono stati il momento di massimo fulgore del Crot, con balli e campi di bocce, tavoloni di sasso come dolmen megalitici affollati di stanziali e occasionali. Cibo buono, nostrano, a buon mercato, come se anche il mangiare fosse uno sguardo fiducioso e condiviso verso il futuro.

Nem al Crot!
A sem stacc al Crot!
A l’ho ciapada al Crot!
Bono la robo sarada al Crot!
Indomenghe a vam al Crot coi canaja!
(queste sono espressioni della mia lingua, ognuno ha le sue)
Al Crot si consumano amori e fegati, nascono progetti e canzoni, si consolidano amicizie e si litiga. Politica e calcio, passera e uccelli. Brevi apparizioni e stanziamenti infiniti. Canti spontanei e Casadei.
Poi, non si sa nemmeno in quale momento esatto, cominciarono ad avanzare timide insalatine, calici di vetro che si spezzavano le gambe sul sasso dei tavoli e dunque ecco i pratici tavolini lisci; affettati foresti (ditte apposite per l’ingrosso, ma con dignità, mah), formaggi gommosetti, formaggini sciapi, arrosti con salse da tubetto. E poi ancora pizzoccheri, con la scusa dei fratelli valtellinesi che sono come noi, pasta varia, olio d’oliva, risotto, tutta roba per la quale non bastava più un paiolo o un calderone. Carni di ogni tipo, prima le proletarie costine, ma poi filetti, entrecôte, costate e costatine con relativi contorni di patate rosolate e perfino fritte, ascendendo di finezza in finezza.
Non si raccontava più solo a voce cosa ci fosse da mangiare, ma apparvero le carte dei menu, rilegatissime e rigide come breviari. Prima fatte a mano, poi con qualche fantasia da computer casereccio. Di fianco alle proposte obbligatorie, il prezzo che tic e tac faceva un passettino all’anno, in su, in modalità tendente al Black Angus o alla – ora lo dico – pizzanapoli. Argh!
Nem listes al Crot!
L’é fresch!
L’é bel!
Allora ci andiamo, ieri, in un Grotto della memoria. Ex-campo di bocce intasato di tavoli con tovaglietta a quadri; altri tavolini separatissimi da quattro posti; carta dei cibi e dei vini in magna pompa; cassa della musica vicino alle orecchie. Sasso niente, i gradoni sono ormai armati di cemento. Poca gente, tutti sconosciuti.
La faccio breve.
In quattro. Mangiati due affettati, una tagliatella con ragù di pollo e maiale, una luganighetta con patate al forno, due bruschette coi funghi, un gelato confezionato; bevuto tre bianchini, tre tazzini di nostrano, una gazosa, due bottiglie di acqua da mezzo litro, quattro caffè. Totale, 173 franchi e 10 centesimi.
Quei dieci centesimi mi hanno fatto girare le balle.
Io, Nem al Crot! penso che non lo dirò più, come quando non si vuole parlare del caro estinto.
gene (temm da ladri)





