Primavera 1996
Lo osservo quando fa la sua ginnastica cinese prima di dormire, dondolando su una gamba e poi sull’altra e ruotando le mani con un movimento opposto a quello delle braccia. Lentamente. Si chiama Stanislav, è un ragazzino della regione di Chernobyl e ha bisogno di cure, tra le quali l’aria buona. Siamo andati ad Agra dove sta in vacanza per qualche mese, con altri ragazzini e ragazzine con problemi dovuti alle radiazioni. È un istituto che nel weekend cerca famiglie ticinesi a cui affidarli, per farli divertire e vedere la nostra terra. Così ci è stato affidato Stanislav, che ha otto anni e quando passa davanti alla tele con noi sul divano si butta a terra e striscia per non togliere la visuale. Cose così, che mia figlia non capisce, anche perché lei di anni ne ha solo tre.
È silenzioso e educato, parla un po’ di inglese, quel tanto ma non troppo, come noi. Ha momenti di gioia pura, anche solo nel mettersi degli occhiali da sole o a calciare il pallone. Ha timore delle montagne. Manifesta una grande attenzione per mia figlia, come una protezione. Poi fa quella sua ginnastica prima di dormire, ma ne ha pudore e vuole essere lasciato solo.
Stanislav è misterioso per noi, credo che anche noi lo siamo per lui. Ma quando andiamo a Agra a prenderlo il venerdì sera lo troviamo sulla porta con il suo zaino appoggiato alle gambe. Da un paio d’ore, mi dicono. Per questo ultimo giorno gli abbiamo regalato una maglia dell’Ambrì e una del Liverpool. E poi abbiamo cantato. Si è messo gli occhiali da sole, piuttosto felice.
…
Abbiamo ricevuto un pacco da Kiev. È la mamma di Stanislav. Caviale e uno spumante di lì. Una lettera dove dice che noi siamo stati la sua famiglia per un po’, ma un po’ è per sempre.
Febbraio 2022
Forse Stanislav sta difendendo la sua terra dagli invasori mentre si dondola su una gamba e poi sull’altra e ruota le mani davanti al nuovo male, per ipnotizzarlo.

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