La mutazione ha contagiato anche i comuni, il municipio si atteggia a governo, il sindaco si sente governatore. In questa miniatura di repubblica che è il Ticino ci conosciamo quasi tutti e tutto sappiamo, forse è per questo che si inventano slogan facce e bugie: per essere diversi e nuovi, ad ogni costo (per le comunali, faccioni ovunque, a rischio sbandamento). Il disastro delle aggregazioni comunali ha esacerbato questo senso di governatorato alla Sancho Panza, anche in paesini dove si potrebbe vivere placidamente senza spaccarsi i maroni l’uno con l’altro. Ma a garantire convivenza e collaborazione non è la democrazia che, anzi, divide come ogni forma di potere. Succede così che ci si scanni per una poltrona di sindaco e i trombati si dimettano offesi come se fosse una perdita per noi mortali (spesso è una liberazione, invece, seppur fatua visto che il successore rischia di essere altrettanto obnubilato).
Il caso da citare a esempio è quello in cui il sindaco in carica aveva detto mesi fa di non voler più ricandidarsi, salvo poi cambiare idea. Al momento dello spoglio, questo sindaco uscente ha incassato una legnata da un esponente di un’altra lista, pur confermando la propria elezione in municipio. E allora, con tono tormentato e vittimista, alla Verrà un giorno… di manzoniana memoria, dice che si ritira perché da municipale non potrà portare avanti i progetti come invece avrebbe potuto da sindaco. Questo tizio, ovviamente, se ne fotte della collegialità, di chi l’ha proposto e di chi gli ha dato il voto: il dolore e l’onta di aver perso la seggiola è troppo grande. Il mio ego davanti a tutti. Ingrati.
Ecco, in questo modo di comportarsi sta esattamente la differenza tra sindaco cosciente e governatore bananoide. Nella sterpaglia di queste maniere scadenti sarebbe bello che germinasse un mondo diverso, senza deleghe a governatori, presidenti, preti, sindaci e direttori vari che non rispettano il primo valore della rappresentanza: essere al servizio dei rappresentati (non il contrario).
Non succederà e tra tre anni i nostri comuni in culo al mondo saranno ancora il campo di battaglia dei Fenomeni, a cavallo di partiti flosci e liste civiche alla carlona, con il popolo a fare da soldataglia. Puah.
Alle tre del pomeriggio il Frank riceve una telefonata e prima di rispondere sogghigna, posando il bicchiere. Non ho sentito la suoneria, ma non ci faccio caso perché lui col telefono fa casotto e a volte lo usa come mouse e si lamenta perché la freccetta sullo schermo non si muove. Altre volte agguanta il pacchetto delle Gauloises, ma la freccetta niente. Come! Fermi in dogana? Sono in allerta, immagino voci nemiche all’altro capo del filo, una volta si diceva così, ma adesso i fili del telefono non ci sono più, sono rimaste solo le gabole, intatte, incombenti. E allora cosa facciamo? … Domani? … Non ne posso più. Faccio gesti frantumando l’aria. Appende, o finge. Faccio un passo indietro per spiegare che questo è un giorno speciale: arriveranno tutte le copie del mio primo romanzo del quale lui è l’editore e che è stato stampato a Germignaga, appena oltre il confine col Messico. Ci sono voluti nove mesi per arrivarci, come per ogni scarrafone. Il Frank ha adottato tutta la lentezza dei suoi ritmi, sprofondando in formulari e tecniche, con la maniacalità del suo essere stampatore d’arte. “La copertina non mi convince, i colori non sono giusti, l’impaginazione è una merda, guarda qua quante catene, faccio domani, aspetto una telefonata, Max non risponde, arriva Peter, stanotte non ho dormito, andiamo al Passetto, calma”. Queste asserzioni, in quest’ordine o rimescolate a piacere, hanno accompagnato tutto l’iter del libro. Ormai mi sentivo come una patata nell’olio bollente, fritto. Poi, zam! tutto pronto, nel mattino di questo giorno qua che siamo andati al Passetto a bere un rosso alle nove e mezza del mattino (lui si è già portato avanti in casa liquidando un mezzo litro dopo colazione). Tutto a posto, arrivano oggi e andremo a prendere il carico a San Quartin, chiamano quando passano la frontiera, mi ha detto ergendosi come un budda sulla sedia di plastica del bar. Sarà verso le due, ha aggiunto. Alla una e mezza già pongo la domanda su eventuali notizie dal Messico, ma no, non ancora, pazienza. E siamo ormai alle tre, cioè adesso, che lui ha appena messo giù quella telefonata allarmante e io bestemmio. Scoppia a ridere. Ho abboccato e rido anch’io, ma sotto sotto ho il nervoso. Quel libro lì è il mio riscatto, senza la spinta del Frank non l’avrei mai scritto e sarei andato avanti a montare capannoni, spaccandomi le dita sotto il sole cocente o con i piedi nel fango di novembre. Ma il Frank non può fare così, cazzo, alle tre del pomeriggio, quando l’attesa nuoce alle mie viscere come olio di ricino. Comunque il camion è partito e tra un’oretta andremo a San Quartin a scaricare, mi rassicura, ma sempre col sorrisetto da sberleffo. Andiamo in magazzino ad attendere e ci facciamo ancora alcuni bicchieri, che se poi ci fermasse la pola buenas tardes amigos. Facciamo posto tra le scartoffie per l’imminente carico di cultura che mi aprirà un luminoso futuro di squattrinamento (con la cultura non si mangia, al massimo si beve, vedi Bukowski). Ma intanto non suona niente, il telefono giace inerte come il mouse. Ma poi suona. È il Luca che chiede se i libri sono arrivati, così tanto per stringere la morsa che avvolge i miei poveri nervi. Sai come sono in Messico, gli risponde il Frank arricciando i baffi soddisfatto. Credo abbia avvertito tutto l’entourage sulla possibilità di prendermi in giro. Infatti arriva anche il Coque, sulla sua bicicletta da levriero, pettorina gialla e cuffiette e piazza lì un “tanto se non arrivano oggi arrivano domani”. Domani? Ma ci vado a piedi oltre il confine! dico battendo un palmo sul tavolo. E loro ridono. Ovviamente ci si beve un altro goccio, in una nuvola di fumo densa come ovatta. E saremmo alla fase semi-euforica, che però a me non sale. A loro due sì e intavolano uno scambio di opinioni sulla normalità dei ritardi che una volta hanno allungato l’attesa per un catalogo d’arte a circa una settimana. Mi pizzica la nuca. Poi il coso suona ancora e già mi accascio, certo che il domani sarà dopodomani. E invece sono qua, tranquilli che in mezzora siamo alla Perlas de San Quartin, che diamine, siamo gente seria noi, altro che. In un lampo sono sul pickup, lato passeggero. Il Frank avanza verso il mezzo nella sera di dicembre come se andasse a visitare un morto, compunto e lento. Ruzza nella tasca del gilet alla ricerca della chiave, si accende una paglia, monta e inserisce la chiave. Parla: non sono sicuro che si avvii, motorino difettoso, batteria vecchia, non so, ah no guarda qua che va. Lo fa apposta, lo so. Attraversiamo la pianura a circa quaranta all’ora, in terza. Hai rotto la leva delle marce? gli chiedo, sarcastico ma non troppo, che il coltello dalla parte del manico ce l’ha ancora lui. Abborda le curve a passo di lumaca, come se dovesse schivare sassolini o contare i fili d’erba secca, e poi sgasa in uscita in modo francamente esagerato, rischiando di travolgere qualche pedone notturno. Arriviamo alla Perlas, io sono stremato. Ma il camion è lì, mai vista una cosa tanto bella. Non ha una gru, ovvio, e ci tocca fare a mano: mille libri confezionati a pacchi da cinque. Duecento, se il calcolo è giusto. Il carico, sul pickup scoperto, sembra sempre sul punto di volare via, mi viene il torcicollo a guardare indietro mentre il Frank affonda l’acceleratore con gusto. Ma arriviamo veh. Portiamo dentro, quattro pacchi alla volta, in un andirivieni notturno da ladri di polli che allerta una pattuglia della pola. Gli sbirri si presentano con il loro solito fare e il Frank finalmente se la caga, tirando qua papiri da sotto un mucchio di cartacce per dimostrare che è lui il titolare dello stabile e non un trafficante di droga. Me la godo, tié. (per fortuna non fanno test dell’alcol) Finalmente posso scartare un pacco da cinque, prendere un libro, odorarlo, guardarlo, aprirlo. Quasi piango. È mezzanotte passata. Frank l’ha fatto apposta tutto quel cinema, per farmi gustare completamente la giornata. Me ne rendo conto solo adesso che lui non c’è più. Mi resta il Becaària, di noi due.
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Il Becaària – Acquaforte/Acquatinta/Puntasecca – Franco Lafranca e Giorgio Genetelli – 2010
A passi lenti nella notte sente pesare il suo talento. Janos è un calciatore dilettante che gioca ancora nei Seniori e ogni volta si sente sempre meno capace. Da mesi non può giocare, tutto è chiuso a causa di un virus indebellabile. Quando era giovane, Janos si annichiliva sotto tonnellate di agonismo e durezza, esaltato dal fascino del correre e dal grottesco senso del dovere collettivo. Il passare degli anni ha corroso queste corazze maledette liberando il suo talento, ma ormai si stava facendo tardi e a un certo punto si ritirò. Aveva 39 anni e gli altri correvano più di lui ed erano più duri. Non sembrava rimpiangere il gioco, fece altro, trovò perfino una vena di scrittore che non sapeva di avere. Poi, a 53 anni, venne richiamato al calcio da alcuni amici. Per mesi zoppicò da una parte e dall’altra, spesso da tutt’e due con la curiosa conseguenza di camminare senza zoppia perché il male era uguale sia a destra sia a sinistra. Non riusciva a stoppare un pallone, calciava male, sbagliava posizione. I piedi erano così dimentichi degli scarpini che le unghie degli alluci gli si annerirono come se fossero state prese a martellate. Ma non appena gli riuscì di stare in piedi senza dolori lo sentì, più vivo che mai: il talento. Nel giro di pochi giorni giunsero in sequenza visioni di gioco, finte di corpo, gesti tecnici, soluzioni improvvise. Senza nemmeno dover pensare. Non gli era mai successo quando il suo corpo rispondeva a tutti gli urti e s’involava in corse senza fine. Ma ora sì. Quasi quasi non aveva nemmeno bisogno di perdere il fiato, riusciva ad anticipare le mosse con un tempismo sconosciuto e in quello spazio dilatato tra la sua idea e l’arrivo di un avversario lui aveva già compiuto il gesto, perfetto. Era felice. Poi era sopravvenuto questo virus e per un anno e mezzo non si poté né giocare né allenarsi, un’infinita oscurità della vita. Il tempo per pensare divenne interminabile e greve. E stasera, con le prime birre in compagnia dopo il tremendo confinamento, si accorge del peso del suo talento inespresso e buttato al vento. Sa che lo accompagnerà fino alla morte l’ingombro di quel talento ormai inutilizzabile. Arriva a casa, prende il pallone, esce nel cortile fresco e si mette a palleggiare al buio.
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Postilla Una cosa è avere talento. È un’altra cosa scoprire come usarlo. Roger Miller
Il calcio esplode, ma chi si stupisce dell’atomica SuperLega o si è destato di colpo da un lungo sonno oppure finge. Era chiaro che ci sarebbe stata una deriva del genere, tutto il mondo è improntato sull’avidità, sui soldi da arraffare e da incrementare senza nessun concetto di solidarietà. Il calcio si allinea, demente. La SuperLega è una coltura intensiva che produrrà grandi raccolti per qualche anno, ma poi il terreno diventerà arido e sterile e addio SuperLega, addio calcio. Ma siamo sicuri che a rappresentare il gioco più bello e più diffuso del mondo ci siano solo i Dodici Infami, questi Apostoli Neri? Il cenacolo aberrante è composto da: Real Madrid, Barcellona, Atletico Madrid, Juventus, Inter, Milan, Manchester City, Manchester United, Liverpool, Chelsea, Arsenal e Tottenham. Anzi, dai loro proprietari degenerati. Beh, possiamo farne a meno, già da ora e speriamo che le tre di questo clan infernale che si sono qualificate per le semifinali di Champions vengano cacciate prima di giocare. A seguire, fuori dalla porta tutti i giocatori appartenenti a queste squadre. Se non succederà, buttiamoli fuori dalla porta del nostro cuore, cancelliamone la presenza e i ricordi. Ci sono tante bellissime squadre e splendide città là fuori. Per me è un giorno di distacco, un lutto: due club dei Dodici Infami mi hanno inondato di passione fin da ragazzino, ma in caso di SuperLega li ripudierò per sempre, o almeno fino a quando non avranno cacciato i mercanti dal tempio, dirigenti, avvocati e procuratori. Anzi li ripudio subito, anche se tutto si risolvesse in un maldestro tentativo fallito. E guarderò l’ACeBe e il Preonzo con l’amore di sempre e forse di più.
La Pina era sordomuta, l’Angelina appena meglio, nel senso che ci sentiva benissimo, pare, e parlava un po’ imbrogliato ma si capiva. Vivevano sole, con il fratello Netal che faceva il sacrista, in una casetta in sasso incastrata tra le altre, probabilmente umida e certamente poco soleggiata, con davanti un portico che pareva una galleria tra due carraie dal selciato instabile. Poteva essere il 2022, ma a loro non importava, erano sopravvissute all’epidemia e ogni giorno valeva un anno. La Pina cucinava, l’Angelina raccoglieva legna, il Netal cavava l’orto in riva al fiume, ormai il campanile era senza campane e di messe non se ne dicevano più. Già prima era un paese di miscredenti, ma poi erano morti anche i pochi fedeli, compreso il prete che non avevano sostituito. Non si poteva dire che facevano la fame, tutti erano tornati a ingegnarsi, chi col pane e chi allevando capre, e dunque barattavano. Il Netal scambiava ortaggi con altro cibo e con alcuni lavori di cui altri erano capaci. Insomma, la cosa funzionava, la Pina andava avanti nel suo mondo di silenzio e l’Angelina spiegava storie un po’ confuse che aveva intuito quando aveva vent’anni di meno e che le erano rimaste appiccicate nella memoria meglio delle parole per raccontarle. A occhio, non si poteva dire che fossero attraenti, neanche da giovani si erano sposate e adesso peggio ancora. Inoltre, dopo la frenesia di quell’anno dove bisognava lavarsi le mani cento volte al giorno, avevano ridotto le operazioni igieniche a quasi nulla, tanto era uguale e peggio non si stava, anzi, meglio forse. Però… In fondo alla stessa carraia abitava il Puda, uno di quelli che non avevano visto cambiare le proprie abitudini: faceva poco prima ed era andato avanti imperterrito nel programma anche dopo l’ecatombe. Aveva mani buone e lo chiamavano tutti per qualche mestieretto insolubile che richiedeva pazienza, anche nell’attendere il momento giusto per eseguirlo, non sia mai di morire di fatica dopo averla scampata. Il solo posto dove si precipitava subito era la casa della Pina e dell’Angelina, in special modo quando il Netal era all’orto. Sembrava che in quella casa ci fossero un sacco di lavori urgenti. Neanche il Puda era proprio un figo, come dicevano nel gergo degli anni belli. Poi ritornò un prete, vai a sapere quali dinamiche muovono la chiesa, rimisero le campane al loro posto e il Netal venne riassunto come sacrista, quindi era impegnatissimo. Lo seguiva nelle incombenze anche la Pina, che chissà quali pensieri di salvezza coltivava e che non sapeva spiegare nemmeno a gesti. Quindi era rimasta l’Angelina a occuparsi della casa. Ricorrendo spesso al Puda per arrangiare un tavolo o rabboccare un muro. Visto che spesso lei era in giro a raccattare legna, come detto, aveva dato una chiave di casa al Puda che così, spiegò al Netal (alla Pina no, tanto), poteva andare e venire quando voleva per tutte le magagne. Logico. Dovevano essere lavori molto lunghi, anche notturni, ormai il Puda non stava più dietro a niente e non c’era verso di ottenerne la disponibilità, sembrava inghiottito dalle questioni edili della casa dell’Angelina e non rompetemi. Intanto il Netal suonava a distesa alla minima occasione e aveva aggiunto anche i rintocchi delle ore e delle mezzore, pure di notte, con la Pina sempre a rimorchio con le sue imperscrutabili idee sull’Aldilà e rassettando la casa del prete, che come tutti i preti aveva le mani morbide e lisce come uova di rana. Come si diceva poc’anzi, l’Angelina non era la Stefania Sandrelli, che era apparsa alla tele il giorno che compiva cent’anni ed era ancora di una bellezza insuperabile. L’Angelina, che di anni ne aveva meno della metà, doveva essere stata ben in fondo alla fila quando avevano distribuito l’avvenenza, ma non è detto che importasse, a questo punto, che certamente i progetti di avere un uomo le erano caduti dalle mani come foglie a novembre. Nessuno avrebbe scommesso, ma in qualche modo bisognava rifondere il Puda per i suoi servigi. Ogni tanto il prete, che era un ficcanaso, l’andava a trovare, servizio a domicilio, dato che lei in chiesa non metteva piede. La convinceva a confessarsi prima di darle un tozzo di pane come ostia e mezzo bicchiere di vino marsalato, operazione che l’avrebbe portata, diceva lui, dritta dritta in paradiso, al momento giusto. All’Angelina non importava molto del paradiso e neanche del momento giusto, ma il pane è sempre pane specialmente quando è poco, e accettava quelle smargiassate dello spirito che il prete le propinava. E allora si confessava, pochi peccati, anzi, solo uno, ma bello grosso. Il prete ne veniva fuori sempre indignato, ma non poteva fare altro, per via del segreto istruttorio o come cavolo si chiama, che ordinarle preghiere; penitenze puntualmente non ottemperate dall’Angelina che pensava a ben altro. Non si capiva se fosse contenta che il Puda, che infilava la chiave a più non posso, le sistemasse tutto o se preferisse chiudere il cantiere. Aveva cominciato a lamentarsi che il porscelocc stava diventando esoso nel barattare, sommessamente tra sé e infine anche col prete. Il quale, dopo attente riflessioni sui suoi doveri di segretezza, trovò la soluzione al problema. Che applicò quando davvero l’Angelina sembrava, sottolineo “sembrava”, stufa del Puda e delle sue pretese. – Cara Angelina, ho fatto cambiare la serratura così il Puda non potrà più usare la chiave per entrare. – Pecaat… Fine dei peccati e fine delle confessioni.