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  • Il Merluz secondo Simone

    Simone Bionda ha scritto questo testo su Merluz Vogn, romanzo di Giorgio Genetelli (Gabriele Capelli Editore) per presentarlo il 1° aprile a Preonzo. Data ovviamente rinviata a quando si potrà. Intanto ecco la sua disamina, articolata e profonda, divertente e attenta. Da leggere fino in fondo.
    Il libro si può ordinare scrivendo una email a: info@directions.ch
    https://gabrielecapellieditore.com

    Presentare a Preonzo un libro del Giorgio (e scusatemi l’audace similitudine) è come per un commissario di polizia incontrare l’indiziato che torna sul luogo del delitto. In effetti, lo scenario in cui si svolgono i fatti narrati in questo libro è quello che tutti, qui, conoscono bene. Sarebbe fin troppo facile verificarlo dando uno sguardo alla mappa a colori tracciata con affettuosa abilità in fondo al libro. Non ce n’è bisogno. Del resto, l’autore non ha fatto nulla per celare i suoi riferimenti, certamente non (!) del tutto casuali, al contrario di quanto scrivono spesso in esergo i romanzieri quando hanno qualcosa di cui farsi perdonare. Non so se anche il Giorgio abbia qualcosa di cui farsi perdonare, ma non credo, in ogni caso, che ciò potrà verificarsi attraverso il potere mistificatorio della letteratura. Peraltro, non è la prima volta che accade con la sua opera, poiché sia Il becaària, sia La partita non dissimulano le coordinate spazio-temporali degli eventi narrati (a loro rischio e pericolo, si potrebbe aggiungere). Anche in questo caso, come nel Becaària, i toponimi non lasciano spazio al dubbio: Pasquei, Carèe da mezz, Albiet, RiiAll, Rio Bass, Campì, Salvete, Casinete, Pian Caman, Pian Perdasc, Pian dala Roso, Cher, Teid, Valegion, Roscero, Purscì e via enumerando. Questa volta, però, anche i nomi di persona sono perfettamente identificabili: Puda, Pantoni, Santin, Zepri, Iumf, el Brusu, Miniett, Demarchi, Renatin, Mapis, Dani,Insomma, per chi, come me, è nato e cresciuto a Preonzo questo libro del Giorgio avrà il sapore della cronaca strapaesana, una cronaca che si può però già definire leggendaria, in bilico tra storia e mitologia. Un libro che tuttavia, appena fuori dai nostri stretti confini, verrà letto come una sorta di romanzo picaresco, che potrebbe essere ambientato ovunque e da nessuna parte, dove nomi di luogo e di persona potrebbero benissimo essere sostituiti da altri, altrettanto validi e altrettanto leggendari, in tutte le lingue del mondo. È, questo, un processo inevitabile: ciascuno parla e scrive di ciò che conosce (o almeno dovrebbe) e conosce ciò di cui è in grado di parlare. Non gliene faremo una colpa, dunque, poiché colpa non è la sua. Gli faremmo invece un torto se leggessimo questo libro come la cronaca giornalistica di fatti reali, avvenuti in un preciso luogo e in un preciso momento, compiuti da Tizio e Caio. C’è, credo, molta invenzione in questo romanzo, come deve fare chi fa questo mestiere, quello del romanziere. Umberto Eco soleva dire che nessun lettore si chiederebbe se Cappuccetto Rosso sia esistita davvero: sono favole (e il romanziere ha il diritto se non il dovere di inventare), favole che però, spesso, dicono molto di più della realtà in cui viviamo della cronaca quotidiana in senso stretto.

    E allora partirei dalla quarta di copertina, dove si dice che «Merluz Vogn è la cronaca, sognata e reale, di un’estate randagia alle soglie dell’adolescenza, in un Ticino presente e irrimediabilmente perduto nella “corrente del tempo”. Una realtà in cui il paese si fa “mondo” e dove il confine sfuma nell’epopea da fumetto». Una “cronaca”, dunque, vissuta tra sogno e realtà, entro un “confine” letterario sfumato, a metà strada tra il genere alto dell’epopea e quello considerato, forse a torto, basso del fumetto. L’epopea, se proprio si vuole, è quella omerica, dell’Odissea più che dell’Iliade, il poema del “ritorno”, nostos in greco; il fumetto è senza dubbio l’amatissimo Tex Willer, che attraversa come un filo rosso i giochi e le vicende dei due protagonisti pre-adolescenti: la voce narrante (a focalizzazione interna), priva di un nome ma, a colpo sicuro, alter ego dell’autore, e l’amico di mille battaglie e scorribande, il Nandel, che a me ha subito ricordato, ma lo stesso discorso potrebbe valere per l’io narrante, il Riccetto dei Ragazzi di vita di Pier Paolo Pasolini. I ragazzi, poco più che bambini, di cui narra il Giorgio sono proprio dei “ragazzi di vita” (vivi, vivaci, vivacissimi) e poco importa se lo scenario in cui si muovono sia piccolo, addirittura minuscolo, specie se confrontato con la Roma proletaria dei quartieri suburbani del secondo dopoguerra, quelli in cui si svolgono le vicende dei ragazzi pasoliniani. Le pulsioni e, vorrei dire, l’umanità profonda che dominano le scorribande del Nandel, del Dani, del Uoter, della Sandra, del Savit sono esattamente le stesse che animano le imprese del Riccetto, del Caciotta, del Lenzetta, del Begalone ecc… Qui, adesso, non si tratta di cercare a tutti i costi dei modelli nobili per il Merluz Vogn, operazione che non pare necessaria. Ma sarà necessario avvertire, almeno, che scrivendo negli anni ’50 del Novecento Pasolini aveva descritto un’umanità del tutto analoga a quella che il Giorgio ha descritto nel 2020 in questo romanzo, significativamente ambientato, però, negli anni ’70 del secolo scorso (come già Il becaària), quasi cinquant’anni fa dunque, in un Ticino, come dice la quarta di copertina, «irrimediabilmente perduto», un Ticino ancora semirurale, in cui i primi segni (e scempi) dell’industrializzazione, in ritardo rispetto al resto della Svizzera (anche dell’Italia, occorre dirlo), si manifestavano, a sud del villaggio, nella «raffineria di petrolio con i possibili veleni che le facevano da fossato» (p. 23), tornata recentemente, e tristemente, agli onori della cronaca (che possiamo accostare, sia detto per inciso, al Ferrobedò del romanzo di Pasolini); a nord dai cantieri delle «case nuove che venivano su in fretta, incalzate da chissà quale sogno improvviso» (p. 11), le case con siepe e giardino della nuova borghesia, e dei nostri padri (anche del mio), che si affrancavano così dal mondo contandino e dal paese vecchio dei loro, di padri. Proprio quella borghesia omologata e omologante, anche nel linguaggio, verso cui si scagliava la polemica socio-culturale di Pasolini. Erano, questi due luoghi, i confini estremi e opposti di quel “piccolo mondo antico” perduto per sempre e offrivano ai due protagonisti il materiale (di scarto) utile per i loro giochi d’infanzia, innocenti sì, ma anche al limite della temerarietà, come quella volta in cui il Nandel «aveva deciso di volare» (p. 17) lanciandosi dalla terrazza di cemento di una stalla, con un improbabile paracadute formato da neri ombrelli rimediati in discarica e un ombrellone dell’Alemagna preso in prestito da Ca’ dal Geni. Fine della corsa, un letamaio: «L’è un varèe da merde», avrebbe chiosato il Nandel.

    Per non parlare, appunto, del dialetto: «romanzo post-dialettale» lo definisce sempre la quarta di copertina. Come il romanesco nel romanzo di Pasolini, il dialetto di Preonzo è onnipresente, in varie forme.  È presente, certo, nei nomi e nei toponimi (anche se Prons non compare mai, neppure Preonzo del resto: suggerirei comunque, specie ai più giovani, di leggere il romanzo con la toponomastica di Preonzo a portata di mano e con l’avvertenza, però, che spesso restano i nomi e cambiano le facce, e l’incontrario, tutto può accadere). Ma è presente soprattutto nei racconti di secondo livello narrativo, per intenderci nei racconti secondari interni al racconto principale, secondo il modello delle scatole cinesi, quando a narrare non è l’io narrante ma è un personaggio del racconto primo, spesso il «nono», che racconta al nipote, cioè l’io narrante, un aneddoto del passato. In questi casi, il dialetto è predominante, al punto che, con una felice scelta tipografica, è offerta a fronte la traduzione in lingua e in corsivo, su due colonne parallele. Desidero leggervi uno di questi aneddoti (cfr. pp. 101-102, in dialetto, si capisce), anche perché riuscirà forse a stemperare, o inasprire, a seconda dei punti di vista, la delusione per il Carnevale triste di quest’anno:

    […]

    Un Carnevale finito in tragedia, dunque, o in tragicommedia, se si preferisce. I racconti del “nono” (ma altre volte saranno quelli di altri personaggi) sono funzionali al recupero di vicende doppiamente leggendarie, poiché l’espediente sospinge ancor più nel passato e nel mito, quando cioè il protagonista non era ancora nato, vicende che si perdono nella notte dei tempi e che riemergono il tempo di un capitolo. Ma il dialetto si insinua ovunque, dentro e fuori i discorsi diretti dei personaggi, in parole quali saiotri (cavallette), marsciauro, el Camarel, marende, pizocon (gnocchetti), tolon, matelet, el bulo, Besava, Bruseves (le più ardue con traduzione a piè di pagina). Quando non è dialetto puro si tratta di formule o parole calcate sul dialetto, oppure di italiano regionale e di antonomasie. Qualche esempio: gazosa, postale, sagex, fotbal, far casotto, verdi verdenti, fa niente (per non fa niente), la tele, uno su in età, dischi da metter su, fare un po’ i da più, condrizzata, slozza, pomcips, carta gommata, zibak,le donne biotte. Una lingua che, in termini tecnici, vuole essere il più possibile mimetica, vuole cioè imitare le abitudini linguistiche non solo dei personaggi e del loro contesto sociale, come già faceva la letteratura verista prima e neorealista poi, ma anche della loro epoca. A questo scopo sono decisivi i riferimenti, costanti, alle marche dei prodotti: Opel, Simca, Alemagna, Omaltina (per Ovomaltina), specialine, Campari, Rivella, Toblerone, Simmenthal, Venturini; agli idoli della musica: Adriano Celentano e i Beatles; dello sport: Merckx, Banks e il Liverpool (dominante, ieri come oggi). Insomma, una fitta rete di rinvii a un preciso momento della storia, quegli anni ’70 in cui è ambientato anche Il Becaària, periodo caro all’autore, non solo perché all’epoca poteva dirsi giovane e bello, ma perché era un periodo di grandi fermenti sociali, artistici, culturali, con uno slancio libertario e creativo, anche nello sport, che forse non ha eguali nella storia del Novecento e che certo non è paragonabile al nostro tempo di passioni ed estetiche tristi. 

    Si arriva così a uno dei temi portanti, lo sport, appunto: la box, il ciclismo e il calcio, in ordine crescente d’importanza. Il Giir dala Svizeri, per chi si trova sull’asse nord-sud che dal San Gottardo conduce al Monte Ceneri, apre l’estate come il Torneo della Riviera di Cresciano la chiude (o la chiudeva). Di quest’ultimo il Merluz Vogn non parla, ma parla del Giro della Svizzera, a cui è dedicato almeno un capitolo. La parte del leone la fa però il calcio (altra passione pasoliniana), in tutte le sue forme, da quello praticato dai “ragazzi di vita” in Pasquei o nel cortile della chiesa, alla Germania Ovest che sfidava l’Inghilterra, passando per i «nostri» che indossavano «maglie rosso scuro». Del resto, nell’aletta della quarta di copertina, l’autore è definito «falegname, giornalista, scrittore, blogger, telecronista sportivo e calciatore», anche questa volta, immagino, in ordine crescente d’importanza. Ma il calcio, in questo libro, più che praticato è guardato: alla tele (nell’Osteria), dal vivo (allo stadio) o da bordo campo. È il caso del bandereta, felice di nome e di fatto, che il pa’ dell’io narrante aveva immortalato in un componimento di terza maggiore, letto dal figlio in un momento di malinconia, sotto le coperte dello zio in casa dei nonni. Anche questo un “racconto secondo”, ma in lingua, dove figurano parole letterariamente connotate quali ottenebrato, onta, mormorando e riottoso, che il giovane lettore non capisce fino in fondo, e infatti non sa «se ridere o piangere» (p. 68). In queste storie, in effetti, ci si trova sempre sul crinale tra il riso e il pianto, con un occhio che ride e uno che piange, come le due antitetiche storie d’emigrazione, raccontate rispettivamente dalla “nona” (che legge una lettera dall’America, ripescata chissà come in un «cassetto impregnato di naftalina», p. 45) e dal “nono”: la prima finita bene, la seconda finita in un tragico naufragio al largo di Aspen Cove, «om sitocc dal gò, e bononot sonodou». Quasi a ricordarci che un tempo eravamo noi i poveri disperati al largo di Lampedusa (e si aggiunga, per inciso, che anche l’acqua è uno dei temi portanti del libro, fin dal titolo, sul quale tornerò alla fine del percorso).

    L’altro tema portante su cui mi voglio concentrare, che affiora continuamente a pelo d’acqua, è il rapporto conflittuale tra l’io narrante e la chiesa o, più in generale, la religione ufficiale. Si comicia così dall’affermazione, fiera e beffarda attribuita al Brusu, secondo cui «“Dio non esiste e non è mai esistito!”», urlata «dalla finestra al passaggio della Ulia, vergine avvolta nel panet e che sobbalzava al sacrilegio inveito per dispetto», per finire con il suo funerale, rigorosamente civile, con la «banda […] senza preti e con bandiere rosse», un funerale così diverso da tutti gli altri a cui l’io narrante aveva fin lì assistito. Eppure anche l’io narrante, come tutti gli altri, aveva compiuto la sua onesta carriera nell’istituzione ecclesiastica, quale chierichetto «in cotta bianca» (p. 41), e le cose erano andate avanti tutto sommato bene, fino a «quella volta fatale» (p. 43) che ora vi leggerò (cfr. p. 43, a partire da «In ginocchio»):

    […]

    In questi capitoli, come in quelli sull’emigrazione, viene fuori abbastanza bene la lezione di Plinio Martini, certo quella del romanzo maggiore, Il fondo del sacco, ma anche quella del Requiem per zia Domenica: la Ulia, in fondo, altri non è che una zia Domenica della Riviera, così come il Don Lanzetti un severo e intransigente Don Giuseppe, «arrivato in paese a sostituire un reverendo libertario che piaceva alle donne», lui che «a pensarci di donne e libertà non pareva intendersene» (p. 41). Non pareva intendersene neanche di bambini, per la verità, come quando «a Molon» la ribellione spazientita di una bimba da battezzare, nello stesso giorno del matrimonio dei genitori che avevano già messo al mondo due gemelli (sacrilegio!), mandò a monte la festa e il banchetto che il Don Lanzetti pregustava: «La bambina non la battezzarono più. E vive benissimo» (p. 38), chiosa questa volta con sarcasmo il narratore. Gli eroi e i santi dell’io narrante, infatti, non sono quelli della Bibbia, ma quelli della mitologia classica e pagana o quelli laici di Tex Willer e del Far West, così lontani ma per certi versi così vicini alla realtà narrata, un po’ come diceva Francesco Guccini a proposito della via Emilia in un album che ha fatto la storia del cantautorato italiano. Ecco allora apparire, sulla via campestre che dal Bescon conduce alla Risera, il Fonso e il Delmo che si sfidano in una corsa a perdifiato su due cavalli decrepiti, che montano «come due sacchi di merda», sognando «la Carolina, quella del Nord, di cui gli avevano raccontato alcuni zii emigrati» (p. 25).

    A questo punto, mi sono accorto che non ho ancora detto niente della cornice, o, se si preferisce, del racconto primo in cui si inseriscono questi quadretti bucolici, questi capitoli, che per la loro forma brevissima, privi di titolo e di numero, potrebbero essere letti anche in modo sparso. È il momento di parlare dunque dello spunto che innesca la macchina narrativa e di chiudere il viaggio. Alle soglie dell’estate, in quel breve periodo che sta fra la gioiosa fine delle scuole e l’odiato corso di nuoto, l’io narrante viene informato dal padre, con tono grave, che la madre andrà «in clinica, a riposare» (p. 6) fino a settembre e che lui, il padre, andrà «in mare» e poi all’alpe. Quindi, il figlio dovrà trascorrere le intere vacanze estive con i nonni. Alla gioia della prima reazione istintiva – finalmente la libertà! – si mescola subito «la punta di un dolore di cui appena si accorgeva», un senso di malinconia e di distacco, quasi di una perdita irrimediabile. La spensieratezza di un’estate randagia a casa dei nonni sarà sempre accompagnata dalla nostalgia per un’assenza dolorosa, solo parzialmente compensata dalle cartoline del padre. Di qui quell’incertezza costante che domina queste pagine, atteggiata ora al riso ora al pianto, la stessa che emerge dai singoli capitoli e dalle singole avventure, fino al 9 settembre, fino alla problematica agnizione finale che qui, per ovvie ragioni, non rivelerò. Insomma, su queste pagine si stende un profondo senso di nostalgia, quella nostalgia che, secondo la quarta di copertina, sarebbe «volutamente bandita» e che invece è la vera protagonista di queste storie. Ma questa non è la nostalgia di un nostalgico, è la nostalgia dell’Odissea, quella di Ulisse che, dopo mille peripezie in mare, come un Merluzzo ostinatamente controcorrente, ritorna nella sua Itaca a riconoscere la gente che ancora e sempre gli vuole bene.  

    Simone Bionda

  • Om pogieu

    Bigneres veghel om pogieu
    par stèe foro a catè el sou
    e dastenn la bugada
    o gnomà par vardèe in giir

    Bigneres veghel sì
    mighi tutu la cà
    as pretenn bè mighi
    ma ‘m pogieu, om pogieu

    Bigneres veigh quairun da saludèee
    a veghel om pogieu sot i pei
    e mighi inzorenn
    e mi incrusciò

    gene

    Di sopra c’è sempre qualcuno.
    g.

  • Il Merluz Vogn è in libertà

    Il romanzo Merluz Vogn, di Giorgio Genetelli (Gabriele Capelli Editore) è disponibile da oggi 18 marzo 2020 in formato ebook (https://gabrielecapellieditore.com/gce-ebooks/) e cartaceo (info@directions.ch).
    Dalla prossima settimana sarà disponibile nelle librerie che hanno un servizio shop. Pronta anche la ristampa de Il becaària, primo romanzo di Genetelli uscito nel 2010.

    Sunto
    L’opera segue le avventure di un ragazzino che col suo amico Nandel vive un estate in totale libertà. Costruiscono mondi, sono liberi e solidali, ma il protagonista deve fare i conti anche con la malinconia dei genitori, assenti. Abita dai nonni che non pongono limiti alla sua scoperta del mondo e che gli raccontano storie del loro tempo, con effetti a volte terrorizzanti per il ragazzino.
    Merluz Vogn ha tratti in comune con la prima opera di Genetelli, Il Becaària. I luoghi sembrano gli stessi, in un’epoca passata ma in un certo modo così tanto indefinita da parere un altro mondo, perfino un possibile futuro (c’è anche una mappa disegnata a mano per aiutare il pubblico). La totale assenza di effetti nostalgici permette al romanzo di sviluppare temi come l’amicizia, la libertà e l’assenza di modelli educativi formali. L’effetto che tutto questo produce è sempre in bilico tra comicità e tenerezza, con l’inventiva a muovere pensieri e azioni dei due amici.
    La lingua è un italiano ibrido, tra voce adulta e infantile, tra italiano e dialetto.
    La copertina e il titolo rimandano al testo e il lettore avrà il piacere di scoprire il perché di questo pesce e di questo nome.

    Estratto
    (…) Ogni tanto si aggregava anche la Sandra, che era meglio tenerla buona perché aveva la piscina in cemento. La cugina mi aveva sposato almeno cinque volte, anche se l’ultima risaliva a tre o quattro anni addietro, e ora che compivo quasi gli undici era la piscina a interessarmi.
    Una volta lo zio Gilio, che era quindi anche mio suocero plurimo, ci aveva invitati a vedere Germania Ovest-Inghilterra alla televisione, che lui l’aveva. E a colori, poi.
    Io nemmeno sapevo cosa fosse l’Ovest.
    Sullo stesso divano dove si accovacciava la zia Liliana a far da prete, guardavo quelle immagini fiammeggianti senza capirci di tattiche e nazionalismi, ma convinto che in Pasquei sotto i platani con lo stemma del gallo impettito giocavo bene come loro.
    La televisione mi aveva proposto fin lì: Tivùspot, Un’ora per voi (agghiacciante, dove la testa di Corrado veniva trasportata su un vassoio come nel dipinto in chiesa), vaghi notiziari, alcuni cartoni animati e qualche film in bianco e nero. Sempre in casa del Dani o all’osteria con il pa’. (…)

    gene

  • La riconquista

    La magnolia se ne frega

    Non li potevo vedere, ma li sentivo nella notte che riprendevano il territorio confiscato dall’uomo in secoli di feroce avidità. Tra il frusciare circospetto e i rumori guardinghi, gli animali si ritrovarono tra i denti e le zampe il mondo vuoto. La grande epidemia aveva costretto tutti gli esseri umani dentro le loro case, senza più la possibilità di imbrattare e cacciare, di sporcare acque, di seppellire prati con il cemento e i rifiuti, di violare montagne e deserti.

    E soprattutto, l’uomo non poteva più sterminare.

    Non si fermavano nemmeno piante e fiori, la primavera esplodeva e non pareva vera alle api e alle formiche, ai coleotteri e alle lumache, tutta quella bellezza senza veleni, quell’erba senza spari e quelle fronde senza trappole.

    Mentre l’uomo si misurava le febbri dentro i lazzaretti elettrificati, gli animali correvano verso la gioia. I contatti col mondo, per gli umani impaviditi al chiuso, erano ormai solo le tecnologie, dalle quali arrivavano ogni giorno misure restrittive sempre più paralizzanti. Le porte di case e palazzi restavano chiuse allo spettacolo della natura che si riprendeva ciò che le era stato sottratto.

    Ma io li sentivo, nella notte, gli animali: il loro era un canto d’amore alla vita che si liberava, mentre le gemme sbocciavano lanciando petali come se tutti fossero sposi.

    gene

    Postilla
    Ogni cosa che puoi immaginare, la natura l’ha già creata
    Albert Einstein

  • Parola d’ordine: Cià

    C’è del buono anche nel buio di questo momento, che verrà molto utile quando e se ritroveremo la nostra libertà: il distinguere le cose serie. A partire dalle parole che sentiremo, riusciremo a capire al volo cosa sia importante e cosa no. Verrà ridefinita una scala di valori e il modo di costituire il mondo e quando qualcuno cercherà di trarne profitto verrà smascherato dalla nostra nuova capacità di analisi.
    Qualche esempio?
    Il politico che scatenerà la paura delle frontiere aperte per avere qualche voto sarà trombato. O quell’altro che proporrà di sgravare le tassazioni dei ricchi, beh, anche lui trombato. Il manager che dirà che il licenziamento è un’opportunità verrà licenziato.
    Si potrebbe andare avanti per ore, ma ognuno ha già ora la possibilità di mettere in pratica questo “sesto” senso regalatoci dall’emergenza.
    Per commentare ogni inganno e bugia che ci verrà propinata come se fosse virtù, c’è un’espressione gergale ticinese, fulminante, che potrebbe diventare il timbro definitivo per cassare smargiassate e piagnistei: Cià.
    “Lo facciamo per il vostro bene!”
    Cià!

    gene

    Postilla
    Nessuno, quanto gli sciocchi, si crede capace di ingannare le persone intelligenti.
    Marchese di Vauvenargues

  • Le ragazze dell’Otto

    Lo so, lo so. Non è mica un giorno all’anno a fare la differenza, però oggi col Meo facciamo festa a tre ragazze, o tre donne, che vanno dagli ottantotto anni ai ventisette, ma gli anni non è che contano, in queste settimane disastrate dentro le quali ci sorvolano pensieri e dolori, alcuni inqualificabili e che non è possibile contare. Ma l’idea è mettere su Sam Cooke e preparare gli ossibuchi col risotto, per i fiori ci basta la magnolia di fuori che ormai si è svegliata.
    La nonna arriverà col bus, ci ha preso gusto forse, dopo decenni a dire di no, ed è progresso, altro che rassegnarsi all’età. Alla mamma lasciamo la pace della colazione, che le serve per la sua bellezza riflessiva, eternamente disturbata dagli urli di ripetizione miei e del Meo all’ascolto di un Sand Creek o di una Locomotiva. Alla figlia l’osservazione della nostra strampalata domenica di marzo che cade proprio in questo numero, Otto, come una mezzala (lo penso e non lo dico).
    C’è da bandire un sacco di cose: la guerra prima di tutto, ma poi la noia, l’adombrarsi, il domani, l’ambizione, e cose così, maschili.
    Provare un mondo che non è ancora potuto essere, delicato, misterioso, inesplorato.
    Lo so, lo so. Non basta un giorno, ma serve per pensarci, come ha fatto ieri il Meo alla soglia dei suoi anni, sorprendendoci con un chiarissimo: Gli uomini sono tutti uguali. Intendendo anche le donne.

    gene

    Postilla
    Se le donne sono frivole è perché sono intelligenti a oltranza.
    Alda Merini

  • La banalità

    C’era già qualcosa di malsano prima, a dirlo adesso.

    Il luogo, forse l’ora tarda, il vuoto in terrazza e dentro il bar, o i pantaloni di lavoro che avrebbero dovuto essere in cantina da ore e invece gli sono ancora addosso.

    Il poggiarsi di traverso al piano di sasso, senza quell’aspetto da interlocutore, sembra più una forma di arresto del corpo, alto e rigido, a tener dentro cose decomposte come il rancore, la frustrazione, o la vigliaccheria, sempre a dirlo adesso.

    Lui, immemore delle maleparole già scagliate dalla trincea del niente qualche mese addietro, tende la mano caldamente: scorre il pensiero che non ricordi nulla, pazienza.

    Poi si parla, con tutti i limiti del caso.

    Fino a un momento in cui si tentano spiegazioni sul comportamento di un tale non presente.

    Comincia il dissidio, lui subdolamente, poi aggressivo, gli insulti e infine la pietra.

    Dice: “Spero che tu crepi presto”.

    Poi minaccerà con ipotesi di pugni e sputi.

    Ma a quel punto è già finita e invece del dispiacere c’è il sollievo, la certezza che non ci sarà più bisogno di tendergli la mano, salutarlo, il più e il meno, le parole storpiate nella presunzione di saperle.

    Fuori la notte è perfino più bella di prima.

    gene

    Postilla
    Il codardo minaccia solo quando è fuori pericolo.
    Michel de Montaigne

  • Lettera a Fabrizio

    San Bernardino, 23 luglio 1968

    Caro Fabrizio, sono un bambino di otto anni e sono in colonia. Mi capita ancora di fare la pipì nel letto e non l’ho detto neanche alla mamma. Che tanto è a casa e non mi vede. Solo la domenica quando vengono su a trovarmi lei e il papà. Ma non lo dico lo stesso. Mi vergogno. Non soffro di nostalgia. Ma non mi piace questo posto chiuso con il sole fuori. Mi diverto ogni tanto quando facciamo passeggiate nei boschi. Ma i maestri non ci lasciano fare quello che vogliamo. Bisogna mangiare tutti assieme anche la merenda con pane e cioccolato che a me non piace proprio.
    Il maestro del nostro gruppo ha deciso il nome della squadra per il torneo della colonia. Fulgor. Ha disegnato anche gli stemmi di cartone che abbiamo attaccato alle magliette con una spilla. Non so se abbiamo vinto o perso. Non è come il calcio del mio paese che siamo liberi di andare avanti fino al trenta. Qua c’è un cronometro e quando scatta si smette di giocare e magari non abbiamo fatto neanche un gol.
    Ma non è per questo che ti scrivo.
    Ieri c’è stato il saggio canoro della colonia. Tutti i gruppi avevano una canzone a scelta. La nostra era Mai mai ti lascio, che non avevo mai sentito e che non era tanto male. Ma un gruppo di sole bambine ha cantato la più bella e mi hanno detto che l’hai scritta tu. Non mi ricordo il titolo. Ma faceva così:

    Bianco come la luna il suo cappello
    Come l’amore rosso il suo mantello
    Tu lo seguisti senza una ragione
    Come un ragazzo segue l’aquilone

    Mi ha ricordato l’estate scorsa quando non c’era bisogno di mandarmi in colonia e sono stato con i miei amici al mio paese a giocare senza i grandi.
    Mi è piaciuta tanto però mi ha fatto venire la nostalgia e ho pianto un po’ senza farmi vedere se no mi prendono in giro e mi dicono femminuccia.
    Mancano cinque giorni al mio ritorno a casa e il tempo passa meglio perché canto tra me la tua canzone appena posso.
    Quando torno a casa chiedo alla mamma se mi può comprare il disco.
    Non so dove abiti ma se me lo dici vorrei venire a trovarti.
    Io sto a Preonzo vicino a Bellinzona e se vieni mi riconosci subito perché ho i capelli castani e non sono tanto alto quasi sempre in pantaloncini corti. Se vieni in inverno li ho lunghi.
    Se non puoi allora chiedo alla mamma di portarmi dove stai tu.
    Aspetto. Non venire prima di sabato prossimo però.

    Buongiorno.

    Giorgio.

    Postilla
    Quando ero piccolo m’innamoravo di tutto
    Correvo dietro ai cani

    Fabrizio De André

  • Merluz al telefono

    Pillola di comunicazione ai tempi del silenzio digitale.

    Estratto da Merluz Vogn, romanzo (Gabriele Capelli Editore), 1° aprile 2020

    (…) Prima del Camarel, c’era la saletta con le imposte sempre accostate. Nessun segreto lì, nessun mostro, la porta era chiusa solo per impedire alla polvere di andare di qua e di là. Oltre a scansie gravate di torleri vari e piatti della festa come nuovi, c’era il telefono, attaccato alla parete, che si sentiva per miracolo, e solo perché non suonava mai e nessuno c’era abituato; allora qualcuno sobbalzava e avvisava i più sordi. Spesso non arrivavano in tempo e tornavano alle loro faccende.
    Una volta andai dietro alla nona che voleva telefonare alla Besava, che stava in una casa troppo a sud per i suoi passi. Staccò la cornetta nera e infilò il dito nel volantino cifrato dall’uno allo zero. Compose. Ascoltai il suono del volantino cha andava e tornava in posizione appena levato il dito. Ziteldeeeeee (era il 6) – zitelde (1). E poi altri tre zitelde di lunghezza variabile. La nona attese concentrata, giocherellando col cavo attorcigliato. Non rispose nessuno, forse la Besava digeriva nel sonno col suo stomaco vecchissimo. Appese e uscimmo.
    (…)

    gene

    Postilla
    Il telefono non serve a niente.

  • Il Fede è uscito dal gruppo

    Il Federico imbraccia la chitarra e con gli altri tre o quattro attacca un assolo. Io e il Nandel sull’uscio, così piccoli che possiamo stare appaiati senza nemmeno ingombrare tutto il passaggio. È un giorno di sole, non sappiamo che anno sia, boh, chi se ne frega degli anni, e cosa sono poi? Non si capisce se il locale, che dà sulla carraia, sia un vecchio pollaio o una dispensa per il grano. Le parti di intonaco sono dipinte, con scritte tondeggianti: Rock con la K monca e dietro il batterista qualcosa di seminascosto, forse W la Finca (Cos’è la Finca? chiedo, Credo una bibita, risponde il Nandel).
    Ah, il Federico in realtà si chiama Fede, o Fritz, ed è contento del pubblico. Possiamo andare lì quando vogliamo, ci dice. Una buona soluzione, per noi che non sempre abbiamo idee fresche per riempire l’estate. E poi ci sembra di essere privilegiati, o forse agli altri non interessa.
    Il Fede fa anche il portiere, la domenica, uno che si butta in uscita bassa alzando le mani come se avesse una mazza per far esplodere la palla. È molto vecchio, almeno vent’anni, ma forte e agile. Se il Silio mi lascia, a metà tempo vado in porta a fare come il Fede, a parare i tiri del Tarcio e del Savitt, a volte del Leti o del Got.
    Con la chitarra invece non faccio cambio, è una cosa troppo seria, anche se dopo, nella baracca della legna, col Nandel alla batteria (il secchio dei panni), strimpello il rastrello e canto La verzaschina.
    So che in futuro, quando sarò vecchio anche io, guarderò dentro a quel locale abbandonato tutte le volte che passerò a trovare mia figlia, che abiterà lì vicino. Vedrò ancora le scritte e il Fede che sorride. Penso che anche il Nandel lo farà.

    gene

    Postilla
    Gli eroi son tutti giovani e belli
    Guccini