Tra l’incedere e il camminare ci stava un fiume in buzza. Quel fiume era lui, che straripava al solo vederla. Nello svoltare un angolo o nella calca di una processione, la Carolina incedeva come un’opera nautica a pelo d’acqua, mentre le altre donne camminavano giraffose. Lui, il Carmelo, preferiva sedere sotto i platani della piazza. Non lavorava nella norma, scovando espedienti. Forse per inattitudine, forse perché troppo vecchio per lei o perché terrone, il suo fiume in piena nemmeno lambiva le fiancate della Carolina. E il peggio era che, una volta transitata con rimescolar di flutti, restavano spiaggiati altri resti umani femminili che al Carmelo proprio, ma proprio, no e no.
Il Carmelo, o Cammèlo come lo chiamava la madre, con il conseguente scimmiottamento che ne facevano i vitelloni del villaggio, da badino qual era in realtà e nella
considerazione popolare, andava a spaccar pietre su chiamata. Mille colpi, un franco, o qualcosa così. Mille colpi, un pensiero fisso: vestirsi bene e trovare il coraggio di offrire un’aranciata a Carolina, in un non ancora sorto giorno di guardia bassa.
Il Carmelo passava l’uno e ottantacinque, altezza ragguardevole anche per quasi tutti i locali lombardo-elvetici. Avanzava di una testa sopra spettatori, assembramenti, funerali e matrimoni. Tra i quali matrimoni, dove non era mai invitato dato lo stato di parente di nessuno, si figurava con angoscia quello di Carolina con uno sposo che non sarebbe stato lui, perché attorno a quell’opera bionda orbitavano tutti. Ma in realtà i soli a ricevere la grazia di un sorriso della dea erano i ragazzini in braghe corte. Per gli altri, un ciao distratto e saltuario, come un cioccolatino, niente più. Al Carmelo, però, nemmeno la stagnola. Gli sembrava che lei non lo scovasse neanche col lanternino.
La Carolina era tanto bella quanto fuori mano, ma il Carmelo la vedeva, la immaginava e la sognava solo bella e il fuori mano lo lasciava all’amarezza della realtà.
Alto, scuro, goffo e in disparte, viveva tra cava e lunghe sedute sotto i platani, annoiato e solo. E analfabeta. Che lei facesse la maestra, non faceva altro che scoscendere i suoi sogni, e anche l’idea dell’aranciata all’osteria, l’unica che gli veniva come imbarazzato approccio, brillava inutilizzata. Prima di beccarsi la neve, se ne andò.
Tornò la primavera e tornò anche il Carmelo, da Montelepre, Sicilia, il suo paese. A svernare, ironizzavano, evocando palme e lupare senza neanche saperlo indicare sulla carta.
“Ma va’ il Carmelo, è tornato, che bell’uomo, forse un po’ grande, ma ha un’aria…” pensò la Carolina.
Parentesi. Ma perché poi le cose si mettono ad andare così? Nel senso che il Carmelo sembrava il solito, mentre la Carolina s’inquietò come non mai. Forse vanno così perché siamo come gli animali da cortile, che se ne sparisce uno, gli altri si deprimono. Chiusa la parentesi.
Andarono che la Carolina non era più così altera e sicura del suo passo maestoso e sentiva, errando, che il Carmelo se ne sarebbe potuto accorgere. Prima di allora, e sempre, la ragazza coordinava il leggero moto di testa spalle e busto, intanto che le anche e i fianchi, e il resto di quella zona lì, danzavano ipnotici al ritmo inesorabile delle gambe. Ora, però, si sentiva imballata non appena capitava all’altezza del primo platano, quando vedeva gli scarponi come avanguardia del Carmelo assiso a far nulla. Al ciao che aveva cominciato a rivolgere a quel terrone solingo, seguivano subito due o tre passetti buffi e un fremito alle mani che la costringevano a riavviarsi i capelli. Pensava, dunque, che al Carmelo non sfuggisse tutto quel subbuglio incatenato. Se avesse saputo che lui, oltre al ciao, non notava niente di diverso dal solito, si sarebbe rasserenata.
Rasserenata? Furibonda, sarebbe diventata, perché mica immaginava che tutto quel fulgore folgorava.
A ogni giorno di marzo che s’inoltrava nei profumi della terra in risveglio, rullava anche il pulsamento di certe zone della Carolina, in particolare dietro le orecchie e tra le gambe. In crescente fuori controllo pure nelle ore buie e silenti della sua casa da nubile.
Intanto il Carmelo, lento come un bue, pensava che ormai il ciao era il massimo a cui avesse avuto accesso e cominciava a stufarsi di non trovare il bandolo di qualcosa che stava sempre oltre le sue possibilità. L’aranciata era superata dagli eventi, come lui, che in aggiunta al non leggere e al non scrivere, non era un gatto nemmeno a far di conto e dilapidava la paga della cava in cagate pazzesche come cappelli, biglietti della lotteria o gite in battello da solo. Avesse saputo contare quello che passava alla madre e quello che spediva in Sicilia per i cugini, avrebbe capito alla svelta che l’aranciata, dopo metà mese, diventava un lusso.
Ma si decise lo stesso, dal basso dei settanta centesimi che gli rimanevano. Aspettò che la Carolina ripassasse in piazza e al ciao rispose alzandosi e levandosi il cappello a tesa larga appena preso la settimana prima, quando i soldi parevano tantissimi.
La ragazza, stavolta, inciampò davvero, pizzicata in quel punto là e sorpresa dalla figura eretta del Carmelo. Mentre lei scivolava verso il basso, come una splendida statua che si dona alla terra per consunzione, il Carmelo allungò la potenza delle sue braccia da granito e la trattenne. In una vertigine, la Carolina si sentì spremere la vita dalla stretta di quelle mani, assalita da milioni di formiche che le entravano in grembo e con le fiamme che dal fondo della gola le balzavano alla guance, al collo, dappertutto.
Lui, stringendo tra le mani il suo sogno e avendo cura di non spezzarlo nel rimetterlo in piedi, disse: “Vi va un’aranciata, signorina?”
Al suono di quella voce, la Carolina rischiò di crollare di nuovo e il Carmelo dovette tenerla sottobraccio fino all’osteria. Dieci metri nuziali.
Non si sa se ci furono anche i fiordalisi, ma baci e sorrisi di certo. Lei in dialetto di Preonzo, che l’italiano non le usciva più per l’impeto, e lui in un siciliano reso ancora più misterioso dalla dittatura del cuore e della pelle, in tre giorni di tempesta si scambiarono tutti gli umori migliaia di volte. Il Carmelo con l’unico martello che ora batteva, il suo; la Carolina senza darsi nemmeno più la pena di alzarsi e camminare, preferendo rotolare sotto e sopra. Saltò dalla scuola al materasso senza il minimo scrupolo (“ho i miei giorni, signora direttrice”) e concesse al suo Carmelo di farle tutto, o quasi, perché “alcune cose no!”. Lui si cullò il suo sogno in carne ossa con il meglio che ricavava da istinto e sentimento.
Scarmigliati e svestiti, la fame li costrinse a sospendere i movimenti tellurici allo scoccare dei tre giorni, alcuni dicono quattro, e si lasciarono senza una promessa, che tanto non serviva, pensavano.
La madre, che lo aveva cercato dappertutto, osando perfino rivolgere la parola ai nativi, cosa che non aveva mai fatto in modo esteso, lo accolse con una reprimenda sull’incoscienza, e una volta esaurita gli consegnò una cartolina postale. “Deve andare a militare” gli lesse la vicina di casa.
Aspettò per due giorni che passasse la Carolina, senza esito (di bussare non ne aveva l’ardire), ma non poteva sapere che lei ancora si gustava il piacere dentro casa sua, pensandolo in tutti i modi possibili, anche nelle “alcune cose” proibitissime.
Partì, per cavarsi il dente, convinto che l’avrebbero riformato per età e che nel giro di qualche giorno sarebbe tornato con il coraggio del desiderio per bussare alla porta del suo sogno. E invece lo arruolarono.
Mentre il Carmelo era in viaggio per Alessandria su un treno di caciotte e piedi nudi, la Carolina rivide la luce del giorno, ma sotto i platani non lo trovò. Scacciò il senso di smarrimento, si passò le mani tremanti tra i capelli e tornò a casa senza essere turbata più del dovuto, anche se il dovuto dove stava? si chiese.
Il Carmelo lo tennero e ben bene, due anni a calpestare tutto il Veneto, tra montagne e pianure. Imparò a leggere e scrivere, almeno. Due anni senza tornare sotto i platani svizzeri. Quindi cominciò a scrivere lettere, copiando qua e là, e facendosele correggere. Cose del tipo
Cara Carolina, vi scrivo da Monfalcone, che non si sa se sia terra o mare. Vi tengo nel cuore e spero altrettanto voi di me.
Vostro Carmelo
e ottenendo in risposta altre cose di questo tenore
Invece di perdere tempo vestito come un cretino, fai in fretta a tornare che qua bolle tutto e non si resiste senza di te.
Carolina
Ecco quindi come andarono poi le cose, proprio così come dovevano.
Poteva ancora scatenarsi la tragedia: quante storie erano finite male per un dettaglio, del resto? Un ramo spezzato, il disastroso Demarchi con l’auto fuori controllo, un colpo di pistola, un terremoto, un’alluvione, le cavallette…
Invece no?
Passarono i due anni e dopo un periplo ferroviario il Carmelo scese dall’autopostale. Da sotto i platani, nello stesso posto dove al Climico cascò il mondo, al riparo dal fuoco di giugno la Carolina gli andò incontro con quel meraviglioso incedere a ondate, moderato al passo della bambina che teneva per mano e che dava l’idea di aver cominciato a camminare proprio da poco.
Poteva ancora andar male?
“Un’aranciata per tre, dai”.
gene
Postilla
Fuori da La conta degli ostinati, ha premuto a lungo per rientrarci, ma è andato tutto troppo di culo e allora al Carmelo e alla Carolina, al massimo, toccherà lo sfiorire dell’amore
g.





montagna. Alle nostre spalle, perché le spalle gliele giriamo, il Palazzo del Governo che puzza di burocrazia chiusa, di idee stanche, di passato ingombrante, di futuro spezzato. La nostra merce, formaggini e libri, costa poco e non dà fastidio, dà piacere. Io stasera mangerò e il Gas leggerà. Nel Palazzo non so, forse sale vuote e uffici serrati in attesa di domani, quando qualcuno penserà alle tasse da mettere su formaggini e libri, con leggi da parassiti.