
Il mio babbo ha deciso di andare alla partita e prendermi con sé, io che del pallone conosco solo il suono della plastica contro il muro del pollaio. In paese non abbiamo una squadra, i bambini sono pochi e stanno tutti dentro un’aula scalcinata, dalla prima alla quarta elementare, tutti insieme. Per metà o più sono bambine, quindi noi maschi siamo circa sette. Giochiamo nel cortile della chiesa a ricreazione, quattro contro quattro con il maestro a pareggiare i numeri. Finita la scuola, gioco con mio cugino e facciamo a gara a chi la fa rimbalzare più lontano dal muro del pollaio.
Col babbo davanti, cammino dentro lo stadio, pieno di gente. Il Bellinzona ha maglie rosso scuro (Granata, dice il babbo), gli altri bianche. Non ho mai visto il calcio così. Mi piace, anche se nessuno tira pallonate al muro del pollaio e i giocatori sono molti di più che a ricreazione. C’è un fumo come quello dei prati, quando i nonni danno fuoco per pulirli dalla sterpaglia.
Faccio domande, il babbo risponde. A chi teniamo, Perché quello ha sbagliato, Cos’è un fallo, Corner.
Poi arriva il penalty (che il babbo mi spiega ma non capisco bene) e un solo giocatore sta davanti alla palla, gli altri guardano. Nella porta c’è un portiere troppo piccolo. Dico al babbo che così è troppo difficile, non rimbalzerà mai indietro abbastanza la palla. Risponde che la palla deve entrare nella rete, non tornare indietro.
E infatti ci finisce dentro e la gente urla. Gol, mi dice il babbo, emozionato.
Poi, anche quelli bianchi fanno gol e il babbo si dispera come quando gli è caduta la bottiglia dell’olio. Solo due o tre urlano, si vede che non è così grave come pensa il mio babbo.
Poi smettono. È finita? No, solo una pausa.
Ci spostiamo dall’altra parte del campo e chissà perché si spostano anche tutti giocatori. Ah, dimenticavo: in due hanno maglie nere (Sono i portieri, spiega il babbo). La possono prendere con le mani e io penso che non vale, però a quanto pare vale.
Mentre guardo il mio gelato, mi spavento all’urlo e guardo il babbo, che è felicissimo e mi bacia. I nostri hanno fatto gol, i nostri sono quelli rosso scuro.
Mi pare che alla fine abbiamo vinto. Non ho capito tutto, ma il babbo mi ha regalato una gazosa e poi a casa ha abbracciato la mamma e la mia sorellina.
Se è sempre così, ci verrò tutte le volte, allo stadio, che è meglio che a scuola. Anche se il muro del pollaio mi piace di più lo stesso.
gene
Dove si annida il mistero del calcio?
g.

impasto di anni e polvere da sparo. Suo figlio Nandel e io, rapiti dal verde e dalle parole, immaginavamo guerriglie indiane e inseguimento a bisonti cornuti. Torso nudo e braghette adidas (blu lui, bianche io, a strisce invertite), potevamo sembrare Chiricahua in erba al seguito dell’Uomo della Medicina, ma eravamo solo bambini portati in salvo dalla noia della scuola.

Diciotto racconti per costituire un quadro di variegata umanità, con l’ostinazione come comune denominatore. I personaggi raccontati sono come asini, animali testardi, empatici, divertenti, folli, intelligenti, indipendenti, irregolari. Ma soprattutto, inseguono chimere con la catastrofe come traguardo, però con una forza vitale e anti-conformista da sfiorare quasi l’anacronismo. L’opera si volge spesso a un passato indefinito, ma senza nessuna nostalgia. Anzi, sembra che quel passato sia vivo e lotti ora insieme a noi con il suo corredo di umane debolezze e forze.