Premessa – Questo è un racconto rifiutato, a volte senza neanche averlo letto; dato che come scrittore non so più dove sono, siete liberi di massacrare questo racconto sprecato.
Il Pedra aveva attaccato con una corda quattro barattoli dei pelati al portapacchi. Strisciavano e rimbalzavano sulla terra battuta della piazza con un rumore che leniva la sua timidezza. Quindici anni e sentirli tutti e belli pesanti, nel senso che gli dispiaceva non essere più bambino ma nel medesimo tempo voleva essere uomo fatto, anche se non sapeva benissimo. La ferraglia dietro la bici non ne migliorava la reputazione, ma almeno era un atto di coraggio. Quando dalla finestra al primo piano della panetteria gli venne giù una secchiata d’acqua gelida capì di averne abbastanza. Pedalò oltre l’angolo, tagliò i fili e la corda. Dietro la gelosia della casa gialla non poteva vedere il sorriso di lei, l’Anita del suo cuore, che non si sapeva se divertita o beffarda.
Come il Colonnello Aureliano Buendìa, se ne sarebbe ricordato anni dopo, anche se solo davanti a un portone e non a un plotone. Entrando, avrebbe trovato ragnatele ghiacciate e sospiri sospesi. Maledetto il giorno che aveva deciso di partire, per andare dove nemmeno sapeva e forse non avrebbe saputo, e di certo non seppe. Strade, mare, sabbia, gente, lotte e sconfitte, dolori più durevoli delle gioie. E poi sarebbe tornato, improvviso come il rimorso, fino a quel portone, dentro quella casa. Vuota.
Oggi, che le masserizie della vita gli ingombrano il cuore, il Pedra è tornato a cercare dietro al portone, un altro però. Non cerca l’Anita di cui si innamorava e per la quale metteva in piedi dimostrazioni eroiche trascinando barattoli per evitare parole, no: cerca e vuole altri occhi e un nuovo sorriso. Nemmeno il portone è lo stesso, forse nemmeno il paese, anzi, di sicuro è un altro posto. Ma cosa importa, in fondo. Cos’altro facciamo anche noi, non solo il Pedra, se non andare di respiro in respiro per cercare quello che ci soffia dentro la vita? Ci importa molto se il portone sia in riva al mare o in mezzo a un campo di grano? Non ci importa un cazzo.
E neanche al Pedra.
Lui era andato e andato, per poi rendersi conto di non essere altro che parte di un girotondo su un quadrante, una lancetta d’orologio che passava sempre per le dodici pensando a un giorno nuovo e invece no, era poi più o meno ancora ieri. Giustamente, aveva pensato che tornare alla partenza potesse essere più sicuro, con l’Anita ancora là a spasimare in silenzio, magari.
Andata a buca, si riprova. No?
E allora, oltre il portone nuovo di zecca coi citofoni di latta dorata, un’altra scala e la previsione di altri occhi, il Pedra si aggiusta la cravatta. Lo svantaggio della maturità è che ti viene vergogna di attaccare i barattoli alla bici e allora porti fiori o parole, un po’ allo sbaraglio, ma compunto. La speranza è sempre quella dell’attenzione, del maledetto sì al tuo amore unico e mai visto prima nell’intera storia dell’umanità. E invece, molte volte è un no, rose o non rose, barattoli o meno.
Con questo pensiero, il Pedra si fulmina sul pianerottolo, col dito a un centimetro dal campanello. Lo ritrae all’ultimo secondo disponibile, gira su se stesso, discende le scale e esce. Insomma, se ne va.
Domani, al prossimo giro delle dodici, ritenterà, forse con i barattoli alla bici, sempre se trova una bici e se è ancora capace di montare in sella. Perché c’è un’altra fregatura, oltre l’amore e l’incapacità di esprimersi: l’età che si fa immensa. Una cosa seccante, che impigrisce, raggrinzisce, anchilosa e fa perdere il coraggio e la poesia. Mi sa che il Pedra sulla bici non ci sale più e pazienza per i barattoli e le rose. Anita o altra possono aspettare, se lo desiderano.
Se no, camposanto per tutti.