
Quest’inverno cadrà, ha detto il Rinaldo la sera prima a proposito del tetto che ora sto osservando. Oggi, di ritorno dal Faedo, percorro il sentiero verso Sonlerto dopo una giornata a tagliare legna. Nel dormiveglia di novembre, che corica boschi e prati affaticati dalla loro generosità annuale, sono solo. Più su, in vista delle case di Sonlerto, dove il prato risale, solo tre cavalli normanni, o bretoni. Ma prima di arrivare lì, c’è la Serta, con quelle quattro costruzioni e, su una di quelle, quel povero tetto sellato dall’incuria. Sì, cadrà. Un profondo dispiacere per quel pezzo di terra ribelle dichiarato inagibile dal suo stare ai piedi di una parete tanto alta quanto franosa.
Un tempo gente ci viveva, animali pascolavano, risa risuonavano, sudore gocciolava, fuochi ardevano.
Ora è un’idea di avamposto abbandonato, con quel tetto rassegnato alla disfatta e con esso i quattro muri piegati dal peso inesorabile del tempo e dell’indifferenza. La porta di sotto è scardinata. Mi fermo in cima a questo distaccamento fantasma di quattro edifici, che sta su un piccolo rialzo nella pianura glaciale della valle.
Poi mi lascio alle spalle le costruzioni, affranto. Ma davanti, quella campagna ancora bella nel suo torpore autunnale, giallastra con spruzzi di verde; oltre, il fiume, ontani e noccioli invasori ma confinati ai bordi della pastura; più su la verticale della Bavona con un velo di neve timida sulle guglie. Nella boscaglia sotto la parete, i sassi grandi e piccoli, proiettili sparati dalla bocca oscura della montagna, mi guardano immobili coi loro occhi scuri.
Nessun rumore oltre il mio respiro, la luce un riflesso nuvoloso.
È apparsa una donna, non saprei spiegare in altro modo il trovarmela di fronte.
– Cosa fai tu qui? – mi chiede.
– Vado a casa, cioè… non la mia… La casa dove sto quando sono qui… della Maddalena.
– Sei un apolide.
– No, ma lo vorrei.
– Solo un apolide passa di qui.
Abbasso lo sguardo alla tasca sinistra dei pantaloni e frugo in cerca del tabacco; quando trovo, rialzo la testa e sono di nuovo solo.
Cammino fino in fondo alla pastura, attraverso il ponte di legno ed è come se avessi varcato una frontiera. Poso lo zaino, tiro fuori l’ultima birra per brindare all’infrangibile sensazione di essere sempre straniero.
Guardo verso la Serta, le case si intravedono tra i rami sfrondati. In quell’istante precisissimo, senza aspettare l’inverno, il tetto cade, trascinando i muri. Il rumore arriva dopo un respiro e se ne va. Il silenzio torna a dominare.
gene
Postilla
A un certo punto, quasi istintivamente, ci si volta indietro e si vede che un cancello è stato sprangato alle spalle nostre, chiudendo la via del ritorno.
Dino Buzzati




