Solange andava al lavoro in bicicletta, con tutti i tempi. Pedalava lungo l’argine del Ticino
in orari vuoti di bambini e cani; oltre la campagna lo stradone risuonava di ferraglia e olezzava di benzina, incolonnati i pendolari, stanche le autoradio, assonnati gli occhi. Solange invece s’inumidiva il volto di rugiada e si librava nelle idee. Le curve d’asfalto dei viaggianti inscatolati, sull’argine diventavano volteggi di confini valicati ogni giorno come una promessa di terra inesplorata. Solange incontrava Pippi che frugava nel cavo del castagno per offrirle una gazosa, sfuggiva ridendo l’orco, strizzava l’occhio al lupo, superava con delicatezza Poulidor l’eterno secondo, salutava Fitzcarralldo, alzava lo sguardo verso il Barone rampante, incrociava Aureliano Bendìa, discuteva con Don Chisciotte, sogghignava del Becaària alle prese con la legna e di Huck Finn in navigazione. Nelle orecchie le risuonavano i tempi finalmente cambiati di Dylan e i sogni di rock ‘n roll del Liga. Cantava Margherita e recitava Ungaretti. Pensava agli amori e agli amici ogni volta che voleva. Dal cestino sul manubrio tirava fuori banane e whisky, caldarroste e manioca. Nei capelli le fioriva la primavera, si infuocava l’estate, si colorava l’autunno e fioccava l’inverno deponendo cristalli. Il sole abbronzava, l’acqua leniva, il vento sollevava la gonna. Nei giorni delle prove delle Moto Gp infilava un cartoncino nei raggi; sventolava un girasole a ogni notizia buona incastrata tra le pessime. Betulle pioppi ontani noccioli frassini e pini scansati come porte di uno slalom, sassi evitati come pensieri da scacciare, pozzanghere sorvolate come fanno i poeti con le banalità.
In ufficio, conti e sorrisi.
Quando smise di lavorare, lasciò perdere i conti e con tutti i sorrisi partì in bicicletta seguendo l’argine del Ticino, del Po e poi di tutti gli altri fiumi del mondo. Ogni tanto manda una lettera raccontando di genti piante animali profumi colori suoni gusti malanni e feste. Un giorno tornerà, ma non oggi e neanche domani.
gene
Postilla
La bicicletta è bella per quello che ti può dare. Ti fa stare bene, ti dà la possibilità di sentire, di parlare, di vedere il mondo da un’altra angolazione. La bicicletta ti fa tornare indietro nel tempo. Ti fa tornare ragazzo.
Davide Cassani



almeno dieci minuti, e aspettò la palla buona. Sulla maglia un cognome quasi da bomber parigino, all’anagrafe il nome che i suoi gli appiopparono nella culla: Omar. Una roba araba ma sdoganata ovunque. Ma lui s’accostava a Sivori, eroe rompicoglionesco della sua squadra del cuore. Non aveva il dribbling e la natura sarcastica dell’argentino. Ma un buon tiro sì. E quello piazzò quando la palla transitò nel suo metro quadrato di competenza. Dal suo piede, l’attrezzo rotondo parve scegliere l’opzione fiume-adiacente, ma si abbassò oltre il portiere, intento a fregarsene, e si infilò nell’angolino alto.
