Un contrattempo, signore? Guarda i volti affranti e sfatti che hai davanti e chiedono: il coraggio dov’è ora? Tu ritratto dietro alla muraglia quando il male sfracella corpi, avanzi la ragione del baratro che ti guarda dal nero degli occhi Guardali tu, invece! No? Allora affermo la catastrofe, signore e tu sei la causa perdurante atavica e ultima e prossima Potrei chiamarlo misfatto, signore, per mitigare la condanna o il fulmine sull’albero, ma è reiterare invano la vendetta senza riscatto per nessuno, nemmeno uno, dei volti affranti e sfatti
Va oltre un limite di tempo, l’amore. Per dire di come invece sono tutte le altre cose: “Fino a martedì posso”, annunciato come se si seguisse un’agenda ferrea. O pianificando con altri verbi d’azione e intenzione, riesco, voglio, vengo, resto, abito, sono, ho, mangio, bevo, costruisco, demolisco, comando, combatto, compro, vendo, lavoro, consumo. Sempre fino a martedì, giorno più, giorno meno. Ma con l’amore si tende senza timore ad andare oltre i millenni, incuranti della mortalità e della vaghezza del piano e dei verbi, ma con la grande sicurezza nel programma ignoto e con l’incoscienza degli esploratori, convinti che la terra buona sia sempre oltre l’orizzonte, okay, ma c’è di sicuro, anzi è già questa qua dove nemmeno poggio più i piedi ed è sconfinata. Qualcuno che rompe l’anima, e che dice “Ocio…” con fastidioso realismo non richiesto, c’è sempre, e ogni volta è una discussione tra incompresi vicendevoli, il Pragmatico e il Sognatore Pioniere dei cuori, colui che per la prima volta (quasi sempre è la seconda o la terza o la ventesima) sente di aver raggiunto l’assoluta certezza che no, ora è l’infinito. E niente mi ferma, sono libero, olé! E il Pragmatico si rassegna a guardare il tuo probabile fallimento, spesso con un bicchiere in mano, dove forse è colato a picco il suo amore, troppo tempo fa.
Spirito libero in gabbia ringhia come l’amore ostacolato trattenuto si manifesta fiero ottuso ridente inconscio indifferente ai carcerieri rigidi giusti spietati
Tra proponimenti di liberazione dalle catene forgiate con l’acciaio degli ostacoli, vivi o inanimati, l’amore si dibatte e poi senza freni deflagra, spezza i vincoli e cavalca via verso l’utopia dell’unicità inviolabile, e noi tutti dietro col fiatone verso un tramonto inconcludente. Alzi la mano chi non si ricorda di questa testardaggine vivificante, che a tutti, tranne a te che ci sei dentro, sembra follia. – A costo di fare il giro di tutto più volte e per sempre, parto a cercarlo e non rientro prima di un martedì non ancora inventato! Quando il Rico me l’ha detto, esclamando, ho posato il bicchiere.
Per evitare l’accusa di essere vago e impreciso, dirò solo che Pelé me lo ricordo bene in un solo frangente, il colpo di testa dell’1-0 contro l’Italia nel ’70. In realtà, è un frammento iconico che si è fissato anche nella mente e nei cuori di chi non l’ha visto. Quindi potrebbe non valere, nella ricerca ossessiva dell’originalità che ormai ammorba le nostre vite. E allora dirò che il posto dove vidi quell’istante sospeso nella leggenda, dentro una diretta che appena pochi mesi prima pareva il delirio di un visionario, valeva la pena. Il luogo della rivelazione era il Ristorante Bionda a Preonzo, che tutti chiamavano Ca’ dal Geni. In quel 21 giugno mi apprestavo a compiere dieci anni senza nemmeno sapere cosa significasse. Ma il Brasile e l’Italia sì, mi era chiarissimo da che parte schierarmi, come tutti del resto dentro a quell’osteria e credo nel mondo intero, Italia a parte (e forse qualcuno anche lì ebbe dubbi). Il primo giorno d’estate si intrupparono dunque dentro Ca’ dal Geni, forse attorno alle sei del pomeriggio, o giù di lì (avevano tutti cenato alle quattro). La tele era appesa al soffitto con robusti bulloni e pareva di doversi buttare in schiena per vedere qualcosa di quelle immagini infuocate dalla tecnica televisiva ancora da affinare. Ricordo il fumo, gli schiamazzi, le bestemmie e gli apprezzamenti per l’Italia del catenaccio. Non capivo molto, ma secondo me nessuno era veramente in grado di capire, e non parliamo di lavagne tattiche, ma della possibilità che esistesse davvero una danza col pallone come quella dei brasiliani. Mi emozionava. Poi quel traversone, lo stacco, il colpo di reni, il gol. Pelé, numero 10. E alla fine le riprese dell’immenso stadio Azteca in subbuglio (erano più di centomila gli spettatori) e Pelé in trionfo sulle spalle dei compagni. Stesso stadio e stessa scena dell’86, con Maradona al posto di Pelé, come a dire che il calcio è degli dèi, se per caso qualcuno non ne fosse ancora convinto Mi pare di ricordare che a Ca’ dal Geni alcuni piansero e in molti tazzarono (vanno a braccetto), come se avessimo vinto noi stessi. Di certo Pelé io me lo ricordo così, festeggiato al mio paese come un membro del patriziato, la massima onorificenza disponibile.
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Postilla Pelé è il simbolo stesso del calcio, anche più delle sue enormi capacità di giocatore. La sua figura ha davvero attraversato il secolo scorso ed è ancora presente in questo. Stabilire se sia stato il miglior giocatore della storia è un esercizio banale e inutile. Giusto invece metterlo nell’Olimpo del calcio, quel posto pieno di storie colorate che ci aiutano a vivere meglio.
Questa è l’introduzione al reportage sui Mondiali di calcio, al quale sto lavorando per sistemare i dettagli. Quando tutto sarà pronto, potrebbe darsi che io sia già in galera, o morto. Ma è la stampa, bellezza!
Ai primi di maggio, il giornale mi diede l’incarico di seguire i Mondiali di calcio del 2022. Avevo poco più di un mese per organizzarmi e a dire il vero nemmeno ci pensavo a quell’appuntamento, dato che avevo programmato un viaggio alla scoperta di me stesso sui sentieri più remoti dei Pirenei, con annesso reportage dei fatti e delle emozioni più divulgabili. Accettai, per questioni di denaro e per rimandare ancora una volta il confronto solitario con i miei problemi evolutivi. Dopo le formalità, accredito viaggio alloggio, mi dedicai allo studio delle squadre e del luogo in cui si sarebbero svolti questi Campionati del Mondo, per la prima volta organizzati in estate e non inverno. Le questioni in ballo, derivanti e precedute, connesse a questa scelta straordinaria cominciarono immediatamente ad inficiare l’aspetto puramente sportivo, ma presto giunse un comunicato della Federazione Internazionale che, in sintesi, intimava tutti ad occuparsi solo di calcio e non di politica. Dunque, ostracismo su diritti e corruzione, sfruttamento e minoranze. Decisi quindi di tener fede a questa specie di boicotto, perlomeno fino a quando non avessi capito di persona cosa davvero significasse questo invito non rifiutabile da parte della Federazione, anche perché ci sarebbe stato il rischio che non ricevessi l’accredito. Quando sarei stato sul luogo ci avrei pensato, mi dissi, anche se devo ammettere che come tutti ero in bilico tra la passione per il calcio e i dubbi sull’onestà del governo, che sembrava voler approfittare del Mondiale per lavarsi la faccia nei confronti del resto del mondo. Ci sarebbe voluto molto di più della semplice professionalità, ma non potevo saperlo e con la forza dell’incoscienza partii il 5 di giugno e tre giorni dopo arrivai a Prons, la capitale. In tempo per dare un’occhiata preliminare ai terreni di gioco e respirare la prima aria che tirava. Quel lungo mese si sarebbe rivelato più spettacolare di quanto osassi immaginare e le cronache, a vederle oggi, mi paiono addirittura incomplete, in confronto a ciò che vidi. Del resto, la parola scritta fatica a star dietro alla forza immaginifica degli esseri umani al cospetto della storia e del gioco. Non tutti siamo Omero.
Duemila anni di niente che procede, solo un ritornare con le mani insanguinate, cullando e delegando la ferocia. Ci fosse stato un dio, non sarebbe accaduto, ci fosse ora non succederebbe. Solo io, il figlio dell’Uomo, con la mia speranza sempre viva, almeno lei. Più lo nominano, più il dio è assente, nell’indifferenza delle offerte. Poi sì, i regali, questi sciacquii di coscienze sublimate nell’indifferenza di trecento giorni all’anno e più. Capelli da coprire, per il freddo certo, per i colori e la bellezza. Anche capelli da tagliare, lucenti e bellissimi, questa sì un’offerta ribelle e quasi disperata. Capelli oppositivi da mostrare ai depositari della Verità, che verità non è mai ma è solo un tallone chiodato che calpesta fustiga bastona, e chiude le bocche e gli occhi, che uccide per salvarsi. Da lontano, echi di morte, qui all’angolo timori leggeri di poca luce nelle case, di un tempo bizzarro, di malattie stagionali raccontate con gaia ottusità. Paragoni e vanità: i miei crucci sono più intricati dei tuoi, la mia carta-regalo è la più bella, io spendo di più, io sto in giro a sciuparmi aperitivi, non come te che stai in balcone e ti atteggi a parolaio. O che sotto un cartone poltrisci e fa niente se muori. E le case che, finalmente, degli ospiti si svuotano e tutti sono lieti: chi resta s’è levato obblighi e fastidi, chi parte si toglie pesi e colpe. E le vacanze, coi bambini che diventano un impiccio, con i vecchi che ingombrano, con le famiglie di parvenze indolori. Con la tele accesa sui lustrini degli studi, telecamere che scorrono per una tregua di illusioni, promesse disattese, impegni rimandati, prime pietre scagliate. E il dio che osserva indifferente non viene a dire che non c’è, che sarebbe poi la sua unica scusante. Mi copiano tutti, vogliono moltiplicare e profetizzare, impolverandosi in cammini e immaginando redenzioni con preghiere per sé stessi. Ma solo io, solo io sono nato in una mangiatoia, rifugiato e clandestino; io ho rifiutato padre e madre e dopo pochi anni intensi e poveri, sarò inchiodato a una croce in bella mostra, e con me l’idea di uguaglianza e libertà. E voi con me, è solo questo il destino che ci unisce. Un universo di croci.