Corridori di stagno, una corsa che spezza le vene delle mani, tre debuttanti che si giocano la vittoria nell’improvvisa nitidezza del velodromo di Roubaix. Cadute a decine, una natura implacabile, distanze continentali, biciclette che si spezzano, affrante.
Alla Foresta di Aremberg è una trincea da Grande Guerra da dove sbucano fantasmi, come se Sante Pollastri li spingesse alla macchia ribelle. Tutto si sfracella, si infrange e si impantana, vibra tra le pietre e il fango, con radi sospiri di erba macerata che serve a schivare fossi e a tenere l’anima dentro le carraie e i denti.
C’è Mathieu van der Poel che sulla schiena si porta il nonno Poulidor, l’eterno secondo e per questo immortale. C’è Sonny Colbrelli che ha la forza di imprecare al mondo ad ogni sasso che gli sbilancia le ruote. C’è Florian Vermeersch che forse non si capacita della sua stessa volontà di fuga. C’era, prima e tutto solo là davanti, anche Gianni Moscon, ma l’inferno gli ha palesato una strada ingobbita e screpolata e lui non ce l’ha fatta più, solidificato tra il suo acido e la terra infame.
Non si può che guardare in silenzio, gli occhi sbarrati e il fiato ricacciato, questo esercito di terracotta impegnato a sopravanzare senza distruggersi, un pedale dopo l’altro a rimestare fango e sputo. Si piange, per chi vince, per chi perde, per la fragilità e la forza. Arrivano con le ultime stille appiccicate alla catena, passa Colbrelli, poi Vermeersch, poi van der Poel.
Tutto e tutti crollano nell’erbetta beffarda del velodromo, spiaccicati dalle forze arcane che hanno mosso e arrestato senza senso, i dadi lanciati da una follia esplosiva. Le facce restano a terra e sono maschere che si staccano dal viso. La mano del destino è spietata, si trastulla sempre con la mancata divinità dell’essere umano, ma stavolta ha perso e l’ha reso eterno.
Questo vento porta in giro sementi e spore, che diventano fiori, frutti, anche funghi, in autunno. Chel l’é l’autunno, chiede il ragazzino. Una stagione, per la vendemmia e la caccia, risponde l’uomo Chel l’é la caccia. Si possono uccidere gli animali per mangiarli, ma solo in alcune settimane dell’anno. A sem in autunno ades, chiede il ragazzino. Potrebbe essere, risponde l’uomo. Chel l’é la vendemmia, chiede di nuovo il ragazzino. La raccolta dell’uva, ma poi ci sono altri frutti, grano, erba buona. Aloro a podom veigh da mangièe, aggiunge il ragazzino. L’uomo sente una fitta al ventre mentre lo guarda cercando di non sembrare affranto. Ormai viaggiano da un tempo incalcolabile, da quell’ultima e lunga sosta nel supermercato in mezzo alla polvere dove il cibo abbondava prima di finire. Trascinando il carretto, che è una vecchia slitta alla quale l’uomo ha fissato delle rotelle con i chiodi. Sulla slitta, scatole di carne e fagioli, una tanica d’acqua, una zappa, una coperta, due pietre focaie e una latta di kerosene, tenute assieme da una plastica azzurra per proteggere dalla polvere, legata con una fune. Le scorte sono quelle e l’uomo non sa se potranno trovare altro cibo. Il ragazzino parla poco e solo per porre domande. L’uomo gli ha insegnato a fare meno rumore possibile. Viaggiano di notte, si riposano di giorno ai piedi di un albero morto, riparati da un macigno o rannicchiati in una buca. Se arrivano in vista di un gruppo di case lo osservano da lontano in cerca di qualche presenza, che potrebbe essere un pericolo. Aspettano anche per due giorni e quando sono sicuri che non ci sia nessuno allora entrano nelle case in cerca di cibo o di un posto per riposare. Ma ‘sto venn u porto mighi… com tei ciama… spore, chiede il ragazzino. L’uomo gli guarda le mani ricoperte di stracci per non scorticarsi con la fune della slitta. Non riesce a capire dove trovi la forza. Non ci sono spore, nemmeno l’erba, risponde. Neanche animali ce ne sono, quelli che non sono morti con l’esplosione sono morti di fame. La moglie cucinava carne e verdure, ma l’uomo non si ricorda il gusto e l’odore. Gli vengono in mente i funghi che nel bosco dietro casa, dopo la prima pioggia di settembre, si raccoglievano a ceste. Per tre settimane si poteva sparare a cervi e caprioli, carne fresca o da congelare per il resto dell’anno. Nella cantina dell’ultima casa in rovina, appena due giorni prima, ha trovato un vaso di vetro sotto un assito marcio. C’erano funghi conservati nell’aceto, a prima vista. Ora il vaso è al sicuro sotto la plastica sulla slitta. Potrebbe essere quasi ottobre, la notte è già fredda ma riescono ancora a scaldarsi camminando. Come faremo quando arriverà la neve, pensa l’uomo. Poi la notte è finita e come sempre c’è un cielo livido nel quale il sole non appare. Raccolgono sterpaglie, con le pietre focaie e alcune gocce di kerosene accendono un fuoco, in un fosso stretto circondato da alberi morti. L’uomo pensa che poteva essere il letto di un torrente, ma ora è il loro letto. L’uomo decide di aprire il vaso dei funghi. Il ragazzino è stanco, ma la curiosità lo tiene desto. Mangiano con le mani, con cura. Ié strani, dice il ragazzino. Sono prataioli, risponde l’uomo, bevi un po’ d’aceto, toglie la sete. Sembra quasi insapore, ma il ragazzino fa lo stesso una smorfia di disgusto. Non chiede. Bevono un po’ d’acqua da una scatola di fagioli vuota. Poi il ragazzino non ce la fa più, l’uomo gli aggiusta la coperta, gli guarda il volto serio e pallido, lo abbraccia per accompagnarne il sonno. Dormirà qualche ora e poi toccherà a lui vigilare. L’uomo si siede vicino al fuoco. Non devo morire, pensa Il dolore alle viscere ormai è quasi continuo, ma ci sono quelle montagne in lontananza oltre le quali ci potrebbe essere qualcosa di vivo. Vivo e pericoloso, ma si vedrà. Guarda gli alberi morti attorno a lui, la terra polverosa, il cielo grigio. Toglie il coltello dalla tasca dei pantaloni, leva le scarpe tenute assieme con il filo di ferro e prova a tagliarsi le unghie dei piedi prima che si incarnino. Pulisce anche i piedi del ragazzino. Non si sente nessun rumore, tranne il sibilare disperato del vento che copre il respiro calmo e profondo del ragazzino. Non posso morire, pensa mentre gli strofina i piedi bianchissimi. La notte è nera, viaggiano piano strascicando i passi per sentire le ondulazioni e gli inciampi del terreno. Muovono i bastoni avanti a loro in quella cecità assoluta da percorrere a tatto e udito. An i besc-c ig veed da necc, chiede il ragazzino. Non so, non tutte. Ma sì, alcuni sì, uccelli e altri animali selvatici. Il ragazzino sa cosa sono gli uccelli, li ha visti disegnati su una tovaglia sbrindellata, abbandonata su un tavolo da cucina, in una casa pericolante e disabitata. L’uomo gli ha spiegato che volano, ma non ne hanno visti. Il ragazzino non ne ha nemmeno un ricordo. Quando la debole luce del giorno comincia a rischiarare, le montagne sembrano lontane come il giorno prima. La pianura è punteggiata qua e là da scheletri di alberi rimasti in piedi, i rami come dita che cercano di afferrare l’aria. Non si vede nessun movimento e allora camminano ancora per qualche ora su una strada dall’asfalto screpolato. Poi si fermano in un’altra cicatrice del terreno, un altro torrente d’acqua inghiottita, scavalcato da un ponte con le sbarre corrose, sotto al quale spostano e impilano sassi fino a farne un riparo. Protetti dal vento, accendono un fuoco con le ramaglie, forse di betulla, o frassino. A sem strach pa’, dice il ragazzino. L’uomo lo guarda senza parlare mentre apre una scatola di fagioli. Dobbiamo trovare da mangiare, pensa, cercando di non sentire il dolore alle viscere. La notte seguente è meno fonda, come se ci fosse la luna. Ma non si vede, la luce è un riverbero fioco oltre le montagne e ne segna il profilo. Forse in due giorni le raggiungiamo, pensa con una specie di ossessione. Quando riappare la debole luce del giorno, in quel confine tra notte e aurora che tanto tempo fa era la promessa di pane e parole, l’uomo scorge il movimento di un altro uomo sulla strada. Si nascondono dietro un sasso. U ma vidui, chiede il ragazzino. Non so, risponde l’uomo. Ora lo possono vedere, è vestito di stracci, come loro, zoppo. Ma ha un fucile a tracolla, e nella mano sinistra regge un sacco come quello che si usava per le patate. Domandemig s’u gà da mangièe, bisbiglia il ragazzino. L’uomo si porta un dito alle labbra. L’altro sta per arrivare sul ponte, sembra attento solo alla strada. L’uomo si allunga fuori dal rifugio, gli afferra un piede, lo fa cadere e in un istante gli è sopra, con le ginocchia sul petto. L’altro annaspa alla ricerca del fucile, ma il ragazzino è più svelto e lo afferra. L’uomo lo colpisce al volto, poi si alza in piedi e prende il fucile dalle mani del ragazzino: è carico, forse funziona. L’altro si rialza malfermo, è vecchio. Il padre guarda il ragazzino, come se gli chiedesse un permesso, e poi tira il grilletto mirando alle gambe. Il suono del grilletto, una frazione di secondo prima dello sparo, gli scuote i nervi. L’altro si accascia su un fianco come una marionetta dai fili recisi, il dolore gli disegna una maschera stupefatta, che gli resta sul volto come pietrificata. Parché te gà sparò, urla disperato il ragazzino. Ci seguirebbe, dice il padre con un tono che il ragazzino non riesce a sopportare. Piange. L’altro non parla. L’uomo gli strappa il sacco che ancora stringe nella mano. Tienilo sotto mira, così, dice al ragazzino indirizzando la canna del fucile. Nel sacco ci sono alcune scatole e bottiglie di vetro. Succhi di frutta, dove li hai trovati? chiede all’altro. Ma quello non risponde. Porta il sacco sul carretto. Andiamo. Lagal mighi chilé, u meer, urla il ragazzino. Stai zitto. La luce del giorno è completa, flebile come sempre. Si rimettono in marcia e in breve l’altro uomo è un puntino lontano. Non parlano più per molte ore. Poi si fermano a osservare una costruzione, distante forse un chilometro. Una stazione di benzina. Sei arrabbiato, chiede l’uomo. Il ragazzino abbassa il capo e non risponde. Un po’ dopo dice: A dovevom tel dré. Non possiamo, non abbiamo da mangiare e lui ci avrebbe uccisi. Lo so che non è giusto, ma è così, grida l’uomo. A gh’ere mighi busegn da mazal, replica il ragazzino con il viso sporco rigato di lacrime. L’uomo non riesce a sostenere quella discussione e si chiude nel suo silenzio squarciato dal male al ventre. Accende un fuoco e controlla il fucile: ci sono ancora due proiettili. Le viscere sembrano esplodergli. Apre una bottiglia, il succo è di mirtilli, o qualcosa così. Lo prova, è acido ma ancora buono. Il ragazzino non beve. Si alza in piedi di scatto e si mette a tirare la slitta. L’uomo lo blocca stringendogli una gamba, con il timore di fargli male. Te doveve mighi mazal, urla il ragazzino, che ha ceduto subito alla presa e ora guarda in basso, tra singulti che cerca di reprimere senza riuscirci. Perdonami, ti prego, sussurra l’uomo. Te po…deve la…sal nèe, a gh’er…om al sc-ciop. At parli più, singhiozza il ragazzino in lacrime. Sembra sfinito. L’uomo riesce a strappargli la corda, lo prende in braccio e lo porta vicino al fuoco. Il ragazzino è scosso dal pianto, si contorce convulsamente mentre l’uomo lo abbraccia, stesi sulla terra morta e polverosa fino a quando non si placa e senza forze si addormenta di colpo. Il suo viso è ancora contratto, come se nel sonno lottasse contro chissà cosa. Alla stazione di benzina si vedono ombre che si muovono. Non posso morire. Non è ancora giorno e sono già sulla bocchetta, un passaggio tra la catena di montagne che hanno raggiunto allo stremo delle forze, con le ruote della slitta a pezzi. Hanno evitato la stazione di benzina, troppo pericoloso. Un odore salmastro s’insinua tra la polvere che il vento disperde alle loro spalle. Il ragazzino si arresta con le narici stravolte da quell’odore sconosciuto. Posso parlarti, chiede l’uomo in tono sommesso. Sì. È il sale nel mare. Chel l’é el mare. Una distesa d’acqua, senza limite. As po’ beule. No. Aspettano seduti che si faccia giorno. La luce avanza velocemente e brilla più del solito. Si distinguono alberi, con le foglie dorate dell’autunno, e prati ancora verdi che digradano verso una nebbia che ostacola lo sguardo. Il mare dev’essere là, ma non si vede. Ai loro piedi, sotto un arbusto, un fungo. L’uomo lo strappa senza neanche alzarsi. Chel l’é. Un fungo. Il silenzio è colmo di cinguettii e del frusciare d’erba. Un capriolo appare d’improvviso, li guarda con dalla profondità degli occhi, come se il mondo affiorasse tutto da lì. L’uomo depone il fungo, si alza piano, toglie il fucile da tracolla, prende la mira. Il capriolo si è chinato per brucare. No, dice il ragazzino. L’animale scatta e scompare dentro il bosco di betulle. La nebbia si è dissolta e ora si vede fino al mare, in un cielo accecante. Potevamo mangiarlo, dice l’uomo senza severità. E s’u saress l’unich, chiede il ragazzino. Ma l’uomo non risponde, si è accasciato tenendo le braccia strette attorno alla pancia. Prendi il fucile, ci sono ancora due cartucce. Vai verso il mare. Una tienila sempre. E ti? Io sto qui, è un buon posto. Il ragazzino raccoglie il fungo e si mette a piangere. L’uomo si sente dentro un dolore mai provato prima, neanche dopo l’esplosione, ma sa che passerà. Pa’…
Venerdì 6 agosto 2021 Dunque faccio la seconda puntura contro il virus, a Giubiasco. Moderna, nel senso del vaccino. Cinque minuti e una bottiglia di acqua come premio. Nessun effetto strano, a pranzo mangio una tagliata nostrana e un formagin. Poi giro tutto il pomeriggio e sono rilassato. La sera c’è un concerto in Piazza Indipendenza, suona mia figlia e bevo un sacco di birrette col Jack e la sua morosa. C’è tanta gente, è proprio bello e sto veramente bene, come prima del disastro planetario. Torno a casa a notte fonda e vado a dormire un po’ ubriaco.
Sabato 7 agosto Mi sveglio un po’ appesantito, penso che sia per la sbornia non smaltita, una cosa alla quale non ero più abituato. La mattinata va, poi verso le undici comincio a sentirmi un po’ giù. Non che abbia dolore, solo un pochino al braccio dove mi hanno fatto la puntura. Non so descrivere la sensazione, ma è un disagio fisico, come un ondeggiare tra spossatezza e depressione. Una specie di infelicità senza controllo e senza motivo, mai provata prima. Verso le due prendo un’aspirina e vado a dormire per un’ora, mi sembra di non avere pace e ogni tanto sento freddo senza avere febbre. Mi sveglio e sto bene. Ma in serata riprende quella sottile angoscia e malavoglia, come se mi avvolgesse qualcosa di indefinibile ma presente sotto la pelle. Dopo cena non funziona, sono stanco e per niente lucido, fatico a guardare una partita di calcio e alle undici, orario insolito per me che prima di mezzanotte non se ne parla, vado a letto dopo aver preso un’altra aspirina.
Domenica 8 agosto Mi alzo e sto bene, ho dormito fino alle sette e ho fatto strani sogni tranquilli, sono vivo. Ho fatto bene a vaccinarmi.
L’attesa era durata tutto il giorno, ingannata andando per sassi nel riale fino a rischiare la pelle in quel posto che chiamano “La Terza Tasca”. Era giusto far salire i brividi, di freddo e paura, a piedi nudi in anfratti e strapiombi: serviva a preparare la partita. Eravamo ancora in balia dell’estate, tra libertà e solitudine, quando a dieci anni non conosci il senso dell’una o dell’altra e i confini non esistono, se non quelli dati dalla luce e dal buio. Luce: in giro per il mondo. Buio: a dormire. Ma visto che i confini sono sempre da superare, quella partita sarebbe stata disputata dopo il tramonto, in accordo con quelli del paese di là, anche loro, come noi, ansiosi di essere più forti. Il campo era stato scelto al limitare del fiume, un pezzo di campagna discosto e meno sconnesso. Uno per paese era stato scelto a rappresentare tutti e per imbastire alcune regole: niente calci o pugni a gioco fermo e soprattutto la definizione delle misure del campo. Alle otto, nella luce calante, gli altri arrivarono in bicicletta, anche a tre sullo stesso mezzo, scendendo come uccelli rapaci dal loro paese in collina: erano tantissimi e ci intimorimmo subito. Noi, che nella palude avevamo un mazzo di case umide, eravamo poco più di quelli che sarebbero andati nel campo a farla fuori una volta per tutte. Quando cominciammo era quasi buio, ma eravamo d’accordo che saremmo andati avanti anche nella cecità della notte, fino all’aurora, poi ci si sarebbe accordati a seconda del momento. Il pallone cominciammo a non vederlo bene dopo un’ora e un numero imprecisato di gol da una parte e dall’altra. Quelli che guardavano facevano chiasso, aiutando l’orientamento in campo. Dalle loro voci si intuiva dove potesse essere il pallone. Nelle rincorse ci si scontrava con violenza, ogni tanto qualcuno piangeva o bestemmiava. Senza più riconoscere i compagni dagli avversari e col pallone finito chissà dove, attraversammo le tenebre inventando ogni passo come sull’orlo della Terza Tasca. Un chiarore spinto dal canto degli uccelli annunciò infine l’aurora e ci fermammo a guardarci, prendendoci in giro per quanto eravamo sporchi e insanguinati. Quelli fuori avevano gli occhi che sembravano cadere dalle orbite, per la stanchezza e l’eccitazione. In quel conciliabolo da derelitti, qualcuno propose di andare avanti fino al sorgere del sole, ma la proposta fu dichiarata insensata, quella era una partita di notte ed era il buio a convalidarla. Era impossibile ricostruire il risultato senza fare a pugni e decidemmo allora di tirare in porta a turno fino a quando qualcuno avrebbe sbagliato. Ma il pallone non si trovava. Qualcuno era ancora in uno stato passabile, ma i più piccoli piangevano e si buttavano a terra per opporsi alla fatica. In quel momento decisivo per le sorti dell’orgoglio apparvero padri e madri, a frotte, coi volti stravolti dalla rabbia e ci riportarono a casa a calci e schiaffi. Non riuscimmo in nessun modo a tenere aperti gli occhi quando sorse il sole.