
Nel deserto della sera bellinzonese, Janos si lancia dentro il treno delle nove e mezza, che sembra l’ultimo perché in Svizzera si va a dormire presto. Dopo due minuti di viaggio guardando il nulla oltre il finestrino e assaporando il rientro a casa dopo un periplo infinito, la voce tecnica dell’altoparlante annuncia che i passeggeri sono pregati di scendere alla prossima fermata. Che è poi Giubiasco, per Janos un posto a mille miglia da tutto. Bon, si scende e ci si trascina verso la strada in attesa del bus sostitutivo che certamente c’è. Ma invece non c’è. Una donna insicura gli chiede come fare per arrivare a Sant’Antonino, un’altra, con accento calabrese, chiede di Cadenazzo. Janos, che è cavaliere, dice alle due signore che certamente qualcosa arriverà e potranno tornare a casa senza patemi. Tutti aspettano, nel senso che sono una trentina gli abbandonati, tutti muti. Janos va a vedere il tabellone elettronico per capire, ma c’è solo l’ovvia dicitura sul bus sostitutivo, bella gialla per far vedere che sì, insomma, siamo elvetici e le cose funzionano, soprattutto nella grafica.
Nella rassegnazione e nella fiducia cieca tutti si rilassano, anche se alla signora di Sant’Antonino tremano le gambe. Ah, dimenticavo: è l’ultima sera che si può viaggiare senza mascherina, tra poche ore scatterà l’obbligo, come se il prima fosse un’oasi di salute e il dopo un inferno di pestilenza.
Quindi, quando arriva il bus giallo, tutti si precipitano e si ammassano con la distanza sociale mandata affanculo.
Il bus parte e immediatamente imbocca la strada opposta e sbagliata. Janos fa notare al conducente che va bene che la terra è rotonda, ma che così arriveranno a Sant’Antonino tra ottocentomila ore. Lo chauffeur invita alla calma, che lui sa quello che fa, ma poi inverte la direzione con una marcia indietro da codice e in gran velocità torna al punto di partenza come se bruciasse qualcosa. Alla signora di Sant’Antonino le ginocchia ormai ballano senza controllo. Una famigliola somala di quattro elementi se la gode, col capofamiglia che annuncia a gran voce una quarantena per tutti fino a Capo Nord, e giù a ridere.
Il bus si ferma e l’autista, sempre più frenetico, impone ai passeggeri in piedi di scendere, come se tutt’a un tratto il Covid-19 (bel nome, proprio) avesse scatenato un’offensiva a sorpresa. Tran-tran diffuso, aria compressa che scuote le porte, ballamento di ginocchia, telefoni in auge ad avvisare parenti ormai lontani come ai tempi dell’emigrazione.
Ma poi si riparte, direzione giusta, fermate corrette e arrivo a Locarno trafelatissimi, dopo aver scaricato le signore, quella ansiosa e quella calabrese, in grave ritardo sulle loro speranze. Il capofamiglia somalo nel frattempo è rimasto solo e continua nella sua ilare e contagiosa visione di un mondo impazzito.
Janos si infila nel bus per la Valmaggia, che parte a manetta e che a Ponte Brolla arriva illeso per miracolo. Domani metterà la mascherina e non si vedrà nemmeno se ride o se bestemmia.
Che bello. Viva noi.
gene
Postilla
Se puoi trovare un percorso senza ostacoli, probabilmente non ti porta da nessuna parte.
Frank A. Clark





