Lo vedevo salire, il Pedra, con il suo peso di troppo, quello della pancia e quello del cuore. C’era da capirlo, dopo la sera all’osteria a svuotare, a ritmo del bicchiere, l’anima gonfia. La Cecilia l’aveva lasciato all’improvviso, come si dice sempre quando le cose non si vedono per tempo e poi piombano. Gli avevo anche proposto di lasciar perdere la cosa che volevamo fare l’indomani, quella gita in altura per andare a vedere il Giro.
– Giammai – rispose, scalciando il cane dell’oste che, ignaro dell’afflizione, gli strusciava il muso sui pantaloni di gabardine desiderando carezze.
E giù un’altra sorsata di vino andante, nel quale annegare un mutismo assordante. Non me la sentii di lasciarlo solo ad affogarsi e tenni duro per un bel po’, con la dedizione del salvagente. Me ne andai che erano le due e lui era ancora là a guardare le venature del tavolo come se vi scorgesse risposte.

Il mattino, ai piedi del Passo delle Ginestre, lo aspettai quel tanto e poi mi incamminai a piedi da solo. Sui tornanti, gente accampata e gaia, bandierine, griglie e beveraggi. Sulla strada, scritte col gesso, qualche disegno inverecondo. A metà salita, guardai giù e, appunto, lo vidi curvo nelle sue braghe di velluto che lo invecchiavano di almeno dieci anni, se non quindici, che affrontava ogni tornante come se fosse l’ultimo della sua vita.
Non lo attesi.
Quando arrivai in cima e mi piazzai su un sasso, si vedevano solo gli ultimi metri di strada, quelli importanti e provai non pensare all’attesa, di lui e degli altri.
Niente alberi, niente ombra, aria gelida, noia leggera.
Giunse prima lui, con la barba malfatta e gli occhi spioventi a dipingerne la fatica.
– Uei.
– Uei.
Non scalpitavamo sui nostri sandali, ma da quella curva sarebbero spuntati comunque, inevitabili come le gabole, ma più divertenti. Attorno a noi la gente sembrava più attenta a se stessa che a quelli che attendeva. A volte i motivi sono più importanti degli effetti e stare lì nell’aria limpida del passo bastava. Mi pareva bastasse anche a lui, che però non parlava e teneva gli occhi fissi allo stradone. Probabile che la Cecilia gli facesse male e che nelle venature del tavolo non avesse trovato le risposte che voleva. Si era seduto su un cippo, il Pedra, meditabondo o qualcosa così. Non osai chiedere.
Poi, all’improvviso, saltò in piedi come punto da una serpe e attaccò.
– An var mighi la pene. È come fare un giro del mondo contando i passi, con cautela, soppesando le forze come se occorresse metterci tutta la vita. Uno ci crede nell’amore, anche quando, come dicono tutti, si trasforma. Si trasforma anche il paesaggio quando cammini, solo che non sai mai come lo vede l’altra persona. Tu pensi che sia bello quel posto lì, e l’altro no. A me piaceva arrivare a casa, togliere le scarpe, salutare la Cecilia ai fornelli, buttarmi sul divano, tirare una paglia. Non serviva parlare, andava tutto bene così, calmo, sereno, tranquillo. Una regolarità di azioni che calmava la lotta con l’amore che cambiava dentro di me. Andavo a letto e ogni sera aveva la conclusione pronta: è normale, si cambia. Solo che cambiava anche la Cecilia e, dato che non ne parlavamo, io non sapevo. Ieri mattina ho trovato quel foglietto sul tavolo, con scritto che se ne andava, non sapeva per quanto, ma che così non poteva funzionare. Non so dov’è.
Lo ascoltai, ma pensavo ai ciclisti. Io ero venuto fin lì per vederli, non per sentire cazzate. Però non glielo dissi, chiaro.
Le moto coi fari accesi annunciarono il momento e appena passate sorse dal nulla quel ciclista slovacco coi capelli lunghi e il pizzetto da corsaro, solo e in fuga. Ci transitò davanti quasi in volo, impennando la bici come se salutasse noi due e suonando il campanello. Un genio.
Il Pedra, manifestando un improvviso interesse, s’alzò in piedi per guardarlo imboccare la discesa a folle velocità.
– Ecco come si fa. Si parte e si lascia indietro tutto e tutti. A mille all’ora, altro che misurando le pedalate per non stancarsi.
– Magari senza ammazzarsi in discesa però – osservai, offrendogli un panino.
Lo mangiò con foga, quasi mordendosi le dita nell’operazione e poi tracannò mezzo litro di sciroppo, poteva anche non fargli bene ma cosa ne potevo io? Anche lui come i ciclisti sulle montagne, faceva su e giù nella sua disperazione, anelando a un traguardo lontano o forse solo all’eroismo che coglie quando non ne puoi più di qualcosa.
Parlò lungo tutta la strada del ritorno, saltellando tra le frasi come sul pavé della Roubaix, sconnesso e pericoloso. Aveva l’anima bucata, povero Pedra, e senza neanche l’ammiraglia a sostituirgliela, gli toccava andare avanti così fino a chissà dove. Non interloquii, non mi avrebbe ascoltato, preso dal suo monologo sgangherato, come se vuotasse immondizia dal cuore. Altro che viaggetto passo passo.
Non potevo sapere che di lì a un po’ non l’avrei visto mai più.
A quanto si dice, la Cecilia tornò a casa dopo un paio di settimane, ma il Pedra non si fece trovare.
Credo sia andato a pedalare da qualche parte in Argentina, anche lui come tanti, sotto falso nome.
gene
Postilla
Dovunque tu vada sarai sempre in salita e controvento.
Artur Bloch





