Oggi, a questo prato in mezzo alle betulle, è salito anche El Niño, che non ha nulla a che fare con il fenomeno climatico ma che è fenomeno anche lui. Questo posto fuori dal tempo e dallo spazio è stato riconquistato dai grilli e dai tassi, gatti e alcune gabbianelle portate da Sepúlveda dentro i suoi libri ribelli. Nel giro di poche settimane, giù in basso, si è instaurata la dittatura, con un bilancio risibile di morti e feriti nei letti di ospedale e grazie alla collaborazione supina della paura che coglie il gregge nei temporali. Quassù si pensa al futuro in mezzo alla sola cosa rivoluzionaria del momento: il ritorno in forze di Madre Natura. Uno più uno fa due? Quindi, la ribellione può essere possibile solo con l’aiuto della Terra, intesa come madre.
Mentre riflettevo su questo – fermandomi sempre a un passo dal diventare maniacale, come quando si arriva appena sotto il limite della soglia aerobica per alzare il livello delle capacità fisiche e dei battiti del cuore – è arrivato El Niño con una confezione di birre da mezzo litro, versione budget. Di mio ci metto le tazze rotonde. Ci sediamo sotto il tiglio, due sedie impagliate di colore azzurro, come quelle all’esterno delle taverne di Paros; tra noi due un tavolino sul quale le birre stanno a metà strada, come a rubabandiera. Non abbiamo bisogno di scattare per arrivare primi ad arraffare le lattine: con senso comunitario, ne abbiamo tre ciascuno, ma entrambi vorremmo averne quattro, anche cinque.
Abbiamo difficoltà di parola, pure se nei pensieri i discorsi sono nitidi, penso anche quelli del Niño. Subito trattiamo di calcio e lui dice che nel suo club ci starebbe uno come me, come motivatore. Gli spiego che come santone arrecherei danni e con le mie idee novecentesche sull’interpretazione emotiva del gioco non finiremmo una partita per le troppe espulsioni. Ma non si arrende e oppone proprio il fatto della grinta che manca. Chiudo dicendo che tanto non si può giocare per divieto e lui si avvilisce.
Scatto ad arraffare la seconda birretta, scatta anche El Niño. Colmiamo le tazze, con l’accuratezza di schiumare a perfezione, quel tanto in meno del di più.
Intanto le cavallette saltano indisturbate oltre orizzonti che a noi sono preclusi. Passa una volpe con una nonchalance che neanche.
C’è un’aria limpida che supera tutte le giornate limpide che quassù si sono susseguite per millenni. Ci fa certo meno effetto che nelle pianure, fino a poche settimane fa soffocate dallo smog, ma comunque si coglie questo travaso di vernice trasparente, spruzzata dal vento di questi giorni con una grana così fine da lucidare ogni stelo di erba primaverile. Brillano sassi e tronchi. Anche le vecchie staccionate sembrano tagliate di fresco. Perfino la birra è più limpida e le bollicine impazzano.
Così, le idee sfavillano ed è un peccato trasformarle in parole aggrovigliate come l’animo. Allora, per compassione reciproca, io e El Niño ci portiamo pazienza capendo più di quel udiamo. Tipo lo scalpiccìo di un cervo, o un capriolo. La bestia osa aggirarsi anche in piena luce del giorno, rinfrancata. Poi esce dal bosco ed è una capra, inselvatichita a suo piacimento. Forse anche lei ha pensieri stupendi che si guarda bene dal consolidare in belato. Volano uccelli di ogni foggia ai quali non par vero di atterrare a beccare vermetti senza essere scacciati da un qualche fragore di motosega.
Tolgo un’ape dalla tazza prima che anneghi. Ho letto che le api sono tornate a proliferare, specialmente in montagna, e che il paradosso di produrre miele più buono in città è dovuto al fatto che la campagna, prima del contagio e degli arresti domiciliari estesi a tutto il mondo, era avvelenata dai pesticidi. Grazie agricoltori, grazie per essere stati obbligati a smetterla di versare veleni per avere lattughe giganti e fluorescenti. Le piantine dell’orto non le potete vendere? Meglio così, chissà con cosa le avete innaffiate nell’aria viziata della serra.
Tutto questo non lo dico, non mi verrebbe.
Scelgo di ascoltare El Niño che mi racconta dei suoi pochi lavori a riparare perdite d’acqua improvvise, emergenze che fanno ridere nella fissità del mondo umano. Un paio di ore a settimana, pensa che affare, mi fa. Meglio saltare il fosso e restare a casa. Non so, oppongo, almeno vedi qualcuno. Ma a che serve? Tanto è tutto il gabinetto da cambiare e fino a quando non finisce questa merda non si può fare niente.
Poi penso ai rotoli di carta igienica saccheggiati nei grandi magazzini e mi scappa un sorriso: ma se il cesso è rotto e non puoi cagarci dentro, che te ne fai di tutta quella carta? Ma mangiati un chilo di limone, così ti blocchi ben bene. Penso così, ma solo perché il gabinetto di casa funziona e se non avessi carta mi spruzzerei con il getto della doccia. Ma carta ne ho, vado di corpo come sempre, non di più. Forse la quantità di carta serve perché hanno una paura fottuta e se la fanno sotto di continuo ad ogni notizia ambigua anticipata dalla precisazione che la situazione non migliorerà tanto presto. Tanto per.
Da quassù sentiamo le sirene, a volte l’ambulanza, a volte la polizia. Gli sbirri sono assurti a potere esecutivo, con parole ammonitrici a ogni conferenza del governo, al quale sembrano ormai sostituirsi, come in Argentina ai tempi di Videla. Minacciano multe, dispensano consigli non richiesti in merito a cose che nemmeno capiscono. El Niño sta centellinando la birra, in netto anticipo su di me, che invece me ne sto dimenticando se non fosse che per la felicità dei moscerini che li spinge in quel nirvana di malto e se non li salvo io muoiono ubriachi (sarà una brutta morte?).
Intanto che mi perdo nell’ascolto dei pensieri miei e del Niño, in un silenzio pieno solo del respiro placido della terra, si avvicina una biscia, che ovviamente non si allarma, dato che non ci vede e di vibrazioni non ce ne sono. Bella nera e lucida, passa oltre e scivola in un cespuglio di ginestra. La saluto con il gesto della vittoria e finalmente posso alzarmi per la terza birra, ma non perché ne abbia davvero bisogno, ma perché El Niño, che invece la brama, non oserebbe fare il primo passo. Mi stiracchio per ingannarlo e lui mette su una faccia delusa, ma senza tenerlo sulle spine gli dico che può prendersela e che salto un giro. Mi ringrazia con un lampo degli occhi.
Parliamo un po’ degli italiani, che sono messi peggio e appena oltre il confine non possono nemmeno uscire di casa, che gli sbirri di laggiù appioppano multe enormi, altro che minacciarle e basta. Dai balconi di laggiù, la gente lancia invettive a chi si azzarda ad uscire per cercare qualcosa da mangiare, tutti gli uni contro gli altri. Ma non sono convinto che noi si stia messi meglio: possiamo uscire, okay, ma in strada spesso non ci si saluta nemmeno. Ieri ho provato a percorrere i trecento metri che mi separano dalla bottega del pane e in tre hanno cambiato marciapiede, alcuni hanno forse detto qualcosa sotto la mascherina, mentre una coppia ha girato la testa dall’altra parte. L’unico che mi ha fatto davvero festa è stato l’asino che ragliando sommesso si è avvicinato sghembo fino al mio boccone di pane fresco.
Intanto, il sole è tramontato e i grilli alzano centinaia di canti ipnotici. Per fortuna le birre sono quasi finite, altrimenti ci addormenteremmo qua, cadendo dalle sedie greche tra le braccia della Terra. Pensieri ce ne sono ancora, si potrebbe anche parlare di un mondo da rifare in un certo modo, ma El Niño torna con la proposta del santone. Che sia un modo per rifare il mondo?
Ci rifletto, e intanto due cerbiatti attraversano il prato in direzione, certamente, del ruscello. Mi pare normale che siano così perfetti nella loro muscolatura: non bevono alcol e non fumano. El Niño e io, invece, siamo viziati da abitudini da poveri in vigore da sempre, e facciamo fatica a scendere a causa della nostra struttura umana decaduta nello scorrere di decenni di benessere che hanno intaccato la nostra natura animale. Io anche perché le ginocchia sono consunte dai calci e dalle rincorse, altro che santone.
Promettimi che ci pensi, mi fa El Niño quando già si intravedono le luci delle prime case. A cosa? Alla storia del motivatore. Sì, sì ci penso (tanto so che non si tornerà a giocare tanto presto, forse mai più).
Attraverso le finestre illuminate stanno già preparando cene come se fossero le ultime. Non posso abbracciare El Niño per via della coscienza collettiva. Lo saluto con il classico ci vediamo (che non è cosa da poco) e prima di entrare in casa mi soffermo sotto la tettoia.
Penso ancora. Stiamo perdendo tutto e abbiamo un bel daffare a tenere viva una parvenza di amicizia, senza poterci toccare, senza pacche sulle spalle, senza baci e abbracci. Penso che dobbiamo smetterla di guardarci l’un altro per vedere come e dove siamo, è una forma di pietà che fa male, quando non è morbosità. Mi accendo una sigaretta e osservo una falena che si attacca alla lampadina, senza scottarsi, che nemmeno le lampadine scaldano più, tanto siamo andati avanti. Il silenzio sembra irreale, così pervasivo da sentire lo zampettìo della faina. Ma ad essere irreale è invece tutto il frastuono che l’uomo ha innalzato nei secoli, per far vedere chi comanda.
Apro la porta e dal televisore, con voce didattica, sento l’ennesimo procrastinare dell’emergenza. Quale tra le tante? Vorrei chiederlo alle bestie.
gene
Postilla
La carestia, la peste e la guerra sono i tre ingredienti più famosi di questo mondo.
Voltaire