
In d’om zapel
in fonn a ‘na semede
‘na caura la bregere
Om verset, dui salti,
om ieret nazz coi garlan
l’è scià
Om truus in do pec,
la caura l’’al tofo,
l’è el sé
Franco Genetelli
Postilla
Una poesia di mio padre, che conoscono tutti tranne me
g.


In d’om zapel
in fonn a ‘na semede
‘na caura la bregere
Om verset, dui salti,
om ieret nazz coi garlan
l’è scià
Om truus in do pec,
la caura l’’al tofo,
l’è el sé
Franco Genetelli
Postilla
Una poesia di mio padre, che conoscono tutti tranne me
g.
…
Guardando la parete, la nona mi disse che oggi era festa grande e che ci sarebbero state messa e processione della Madono dala Zenturu.
– Ioo! T’es da videi com ié bei i confratelli vistiit dala feste, cara.
Pensai che si stesse confondendo e andai fuori a chiedere al nono.
– Ogni tanto si incanta davanti a quel quadro e le vengono queste idee.
Il quadro era una specie di illusione ottica che se lo guardavi da destra raffigurava la Madonna, da sinistra Gesù. Per questo la nona sembrava guardare la parete, disorientata.
Non mi sembravano molto allegri i due, la madre e il figlio, intendo. Con i loro occhioni languidi sembravano sempre lì lì per chiedere qualcosa, muti come pesci, senza severità ma con una pedante remissione che mi faceva andare di traverso la colazione, se non davo loro la schiena. E poi, il figlio con questo cuore trafitto in mano e lei con le mani giunte. Mi chiedevo: ma come faranno a far qualcosa in quella posizione? Anche quando mi mandavano ancora a messa trovavo strano che nessuno dei personaggi del Don Lanzetti facesse davvero qualcosa. I fumetti che ci passavamo col Nandel erano zeppi di gente indaffarata e divertente, anche quelli delle biotte: quelli del libro del prete sempre seri e fannulloni.
Mai un sorriso.
Per esempio: mentre Tex inseguiva messicani mettendo a posto un sacco di cose strada facendo, gli apostoli aspettavano e basta, senza fare niente se non mangiare qualche pesce moltiplicato dal nulla. Perfino Paperino si industriava a pescare di suo, o cose così; i santi invece tutti lì a dipendere da qualcuno, anche a costo di crepare di fame. Eppure, nelle case c’erano i quadretti del tale e del talaltro, con tanto di ramoscelli d’ulivo e catenine. Quadri di Zagor o Gufo Triste mai.
Le avventure dei libri del prete le avevamo sentite mille volte, sempre le stesse storie noiose. Topolino ne aveva di nuove ogni settimana, anche se a noi toccava saltarne diverse dato che con le mamme andavamo in città solo ogni tanto (scambiandoceli, ci aggiornavano abbastanza bene).
Il Nandel non aveva mai organizzato imprese sul Mar Morto o nell’Orto degli Ulivi, ma a El Paso o nella Sierra Madre. Siamo stati più volte circondati dagli infidi Hualpai, cavandocela sempre con qualche ferita di striscio. Scontri coi Farisei neanche uno. Una messa con processione per festeggiare la sconfitta della Mano Rossa non sarebbe stata più opportuna?
Lo dissi al Nandel quella stessa mattina che secondo la nona era festa grande e, raccogliendo il Dani e il Uoter nel pomeriggio infuocato, rotolammo sassi nel torrente per sotterrare i Mescaleros. Il tutto finì con un discorsone a torso nudo del Nandel, in piedi su un masso e col cappellino della Campari a cui aveva aggraffato due piume rossicce. Parlò alle tribù delle Terre calde (il Uoter che abitava giù in piazza) e delle Terre alte (il Dani che stava al Rii All), finalmente riunite dopo i disastri della discordia. Io ero il suo pard.
– Pace e prosperità per i nostri popoli. Voi figlioli starete qui a proteggere le donne e i bambini. Noi andiamo a Frisco a svolgere una missione per i ranger.
Che rimandammo all’indomani perché non avevamo ancora le idee in chiaro su come svilupparla ed eravamo anche un po’ stufi.
A cena i due dell’illusione ottica sembravano guardarmi con riprovazione.
“Niente avventure con voi”, pensai con la fermezza del malumore che mi stava venendo su.
…
gene
Postilla


(…) Oh quelle feste nate con un pretesto qualunque, anche il più futile, per convogliare gente e incassare alla grande dentro capannoni impregnati di birra rancida… La Festa delle Fragole, per dire dell’ingannevole titolo per una cosa che poi consiste in qualche torta col frutto sopracitato e che finisce in poltiglia tra fiumi di bevande rovesciate. La musica concede qualche ripassata di Santana alla cazzo che si perde in Romagne mie e Scarpette. Scarpette? Stivali ci vorrebbero, quando piove e la melma, scavata dalle auto alla caccia di un posteggio in prati convertiti, inzacchera anche l’anima. Il fango viene trasportato a quintali sulla pedana e non si sta in piedi neanche coi lenti da 1,8 per mille. Ci si imbratta anche al bar, pestandosi i gomiti per un posto che non è neanche a livello e i bicchieri di plastica cadono alla velocità del suono. Ormai i ragazzi crescono e barcollano nel rito iniziatico di non vomitare troppo presto.
– Ma stai a casa se non ti piace no?
Dovete farmi introdurre l’ambientazione, sennò non si capisce perché il Blaise è finito nella camionetta della pola. Dunque, in quel bailamme di corpi fuori controllo, parte una delle solite risse scatenate da un “cos’hai da guardare?” o per un casuale ruzzolone sulle note di Bandiera gialla. Il Blaise, che non raggiunge ancora adesso i sessanta chili, ha attaccato briga con uno che ne pesava di più ed è finito al volo di fuori, in mezzo alla palta. I pola stavano per entrare e l’hanno agguantato al volo e sbattuto nella camionetta.
È lì che lo intravede l’Emme. (…)
potrebbe continuare
gene
Postilla
No!
La Titanus presenta

– Domani ci troviamo alle dieci in Campirasc, che poi andiamo a pranzo tutti insieme. –
È la prima di campionato da che l’Emme si è rimesso a fare il coach dei boys, dopo quattro anni di abbandono e c’era il rischio che la squadra si ritirasse dal campionato dopo i disastri del Ghiggia, allenatore il cui motto era “Se nessuno sbaglia si finisce zero a zero”. Solo che si sbagliavano in tanti e piovevano gol, generalmente nella porta del duo Berlinga – Vito, i portieri che si alternavano a guardia del risultato fin da quando avevano dieci anni e guai a cambiare turno.
Abitudine che l’Emme aveva intenzione di continuare, solo che bisognava decidere chi giocasse la prima e per una volta, per dargli fiducia, aveva comunicato già al mercoledì che sarebbe toccata al Berlinga. Ma conoscendo i vezzi dei virgulti di tutto il mondo quando arriva il venerdì, l’Emme ha fatto una capatina al Peter Bar per vedere come andavano i suoi, dediti in mandria al fascino dell’heavy metal e derivati.
Giganteschi nei loro sedici anni, si erano dati alla pazza gioia della birra. Quando il coach è entrato nel locale, e si è appoggiato al bancone tra gli sguardi sfuggenti dei metallari in erba, lo ha raggiunto il Berlinga urtando nel tragitto un paio di sgabelli.
– Uela Capo – fa, baldanzoso, il portiere ormai titolare.
– Stai bene? – gli chiede l’Emme.
– Da dio. Una minerale – dice alla cameriera, come se fosse la sua bibita tradizionale.
Il Berlinga in bilico sullo sgabello rovescia immediatamente la bibita, mantenendo comunque un certo aplomb, sta a piombo, cioè.
L’Emme ha visto abbastanza e subito elabora il piano per domani. Poi va a casa, senza una parola.
Oggi è sabato e alla spicciolata arrivano comunque tutti. La mattinata di marzo annuncia la primavera, le facce meno.
– Cosa facciamo prima di pranzo? – chiede il Cicino, che è così curioso da chiedere alla sua stessa mamma come si chiama, tanto per sparare domande alla cazzo.
Dato che è così bello, spiega il coach, andiamo in montagna e poi scendiamo dritti al Crot per la teoria e il pranzo.
Non ascolta le lamentele e rintuzza ogni obiezione su calzature non adatte e sentiero pieno di foglie marce che si slitta. Rampano su, dietro all’Emme che si è tenuto bello fresco proprio per accasciarli. In fondo alla fila, fanno a turno a spingere il Berlinga, che tra cinque ore difenderà la porta e l’onore della squadra rinata.
In Pian dala Roso è una distesa ansimante di puberali col cerchio alla testa, alcuni ancora col chiodo. Poi discendono quatti quatti, come dietro a un feretro. Le maledizioni, proferite a bassa voce, si frangono contro la corazza dentro cui l’Emme ha rinchiuso l’empatia.
Al Crot li sistema come vacche nella stalla, il Berlinga in fondo di fianco al Lisse, e poi prende la parola.
– Oggi è il primo grande giorno, quello della rinascita. Abbiamo un nome e una maglia da onorare. Vi do la formazione, così incamerate i concetti sapendo dove dovrete giocare.
– Scusa coach, il Berlinga non sta bene – interrompe il Lisse.
– Portalo fuori.
E vanno, il Lisse che sostiene il Berlinga come una vedova inconsolabile. L’Emme riprende la teoria, ma con la coda dell’occhio segue dalla finestra le manovre dei due fino a quando si vede il Berlinga chino sotto un acero, le mani sulle ginocchia, e il Lisse che si guarda in giro circospetto e lo tiene per il collo della giacca.
Il Berlinga vomita. Tutti si affacciano e ridono, felici di non essere al suo posto per un pelo.
Poi mangiano, vanno al campo, si cambiano, si schierano, cominciano a giocare e perdono.
L’Emme è un po’ deluso, ma in fondo anche contento, così magari imparano. È contento anche il Berlinga, perché al suo posto ha giocato il Vito e ne ha presi tre. Toh.
Solo che lo capirà anni dopo di aver sbagliato tutto lui, l’Emme, con quel compromesso perverso tra disciplina e libertarietà che gli sembrava necessario al sentire comune e alla sua responsabilità. Si è tradito da solo. Tanto valeva fulminarsi subito col Berlinga al Peter Bar e fanculo le regole.
gene
Postilla
Fa niente se fai il portiere di riserva?

Occorre dire che quella specie di Itaca, oltre tre catene di montagne e altrettante valli, è sempre in balia degli elementi. A parte i fuochi per pulire e i prati che ogni tanto sfuggono di mano e inceneriscono i boschi, c’è la questione dell’acqua, che sale, che scende, che si mette di traverso e che allaga i campi come risaie, gelando in inverno in lanche profonde pochi centimetri ma estese a volte anche duecento metri, sulle quali pattinare con furia. Poi c’è la neve in inverno, anche prima e dopo a volte, che si squaglia e si impietrisce, e la nebbia che a pochi metri saluti un albero come fosse un conoscente, e viceversa. In novembre, l’umidità è tale da agghiacciare i piedi in allenamento e il pallone va dove vuole, a meno che si voglia fare come il Capo che si infila due sacchi dei rifiuti ai piedi e così si ripara, ma gela lo stesso per via della condensazione, e non vi dico l’odore una volta levato l‘ambaradan. In luglio, tutto vibra e si hanno le allucinazioni, mentre quando arriva agosto la foschia da sud ci fa sembrare tutti dispersi in una mediocrità interminabile. Il vento, poi accompagna trecento notti squassando le menti e gli amplessi, con esiti nefasti il mattino quando gli obblighi imperano e tutti, impazziti, ne vorrebbero di supplementari.
Per questo siamo intolleranti, sempre, e anche lontani da lì, nel riso o nella gioia, c’è un filo di nervosismo che si scopre per una facezia qualunque e brucia nella centralina scatenando il cortocircuito. Forse cerchiamo una libertà che non conquisteremo mai.
– Pensa per te!
gene
Postilla
Quando dal passato giungono cose non concluse, meglio andare avanti a fare cose che non si concluderanno
g.

Ag l’ho in do chér ‘sto met scondù
e sta sceise, c’la sara foro
el videi el ruus e i garof.
Am seti e a vardi dasorénn a catèe
n’eire e ‘m besch e ‘m rii
om cito e ‘m quet sense musuru
Ei fèe parense da pensèe; pa’m pezet
el chér us stremiss mighi. E ‘me ‘l venn
c’u sgorlo i aldan, a mi
um paar sto cito la mii vous
c’la diss bele più noto,
‘me ‘l murii di stagioi, e adess
as senn el sé profum. Iscì a neghi
in di pensei da can ch’l’ere chilé:
e am dasdegne el maar i mon e l‘met
Trad. Arr. gene
Postilla
L’infinito
Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare.
Giacomo Leopardi