Mentre penso al biancospino che s’imbianca solo a marzo la finestra si spalanca sul mattino e lo vedo rifiorire novembrino con gli aculei rivoltosi a graffiare il grigio scuro A chi lo vuole sempre uguale e a noi che nel torpore sbadigliamo il biancospino sembra dire state in piedi cazzo che ora il mondo è da rifare ustionando le abitudini e miserie e il mal di notte e lenirsi dentro un fiocco come fosse un fiore nuovo e nuova l’aria
Si sale passando dalla Strecie. Non ci segue nessuno. Dalla cima del tetto da dove era caduto il Pitra si vedono tegole e piode, qualche lamiera, comignoli. Le montagne sono lontanissime e sfocate. Nessuno vede noi, in agguato nella canicola. Il Nandel dice che quassù potremmo viverci. Poi scendiamo perché sarà be’ quasi ora di cena. Ciao.
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Guardavamo le auto passare, fermi ai bordi dello stradone nel torpore dell’estate. Il Nandel, qualche anno prima, aveva sortito quel gioco dalla fucina della sua immaginazione, alimentata dal soffio implacabile della noia.
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Congedati dall’impegno, noi tornammo alle scoperte del mondo. I noni sarebbero stati là fino all’ora di cena, che è come la colazione, ma l’ho già detto. Andammo in Pasquei a giocare a pallone o a vedere il Demarchi sbandare quasi da fermo.
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“Giovinezza senza vecchiaia, vita senza morte”. Libro dalla copertina rigida e colorata, regalato a tutti per Natale dai signori della raffineria di petrolio. L’anno prima, una giacca a vento con la cerniera difettosa. Leggo nella stanza dello zio, senza capire veramente le idee racchiuse dietro le parole.
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Guardando la parete, la nona mi disse che oggi era festa grande e che ci sarebbero state messa e processione della Madono dala Zenturu. – Ioo! T’es da videi com ié bei i confratelli vistiit dala feste, cara. Pensai che si stesse confondendo e andai fuori a chiedere al nono. – Ogni tanto si incanta davanti a quel quadro e le vengono queste idee.
Scalzo e col saio, il Jacobaccio non era riuscito a varcare il Ceneri, assalito dai predoni di Robasacco, che gli fregarono il contratto milionario col quale contava di predicare a Cornaredo, neanche fosse il Papa. Tornato sui suoi passi da penitente raggiunse il Celestino nei pressi di Giubiasco che vaneggiava sulla bellezza dell’inceneritore, come se l’avesse creato lui. Insieme arrivarono a Bellinzona, ma nottetempo, per non rischiare un qualche tipo di gogna. Pernottarono su una panchina dell’ex-ginnasio, coperti coi giornali del giorno prima, quelli con le pesanti parole del Jacobaccio (“finalmente torno nel calcio vero”) e con le visioni del Celestino sul tichitaca che ha inventato lui. Mentre i due erranti pelavano dal freddo, nella tiepida Lugano il Renzetto si torceva le mani nell’attesa. Un messo del Corriere, a tarda mattinata, lo mise al corrente della situazione, con il dettaglio non da poco che al Jacobaccio avevano sottratto l’accordo scritto e che quindi tutto si complicava. Intanto che le sorti della compagine bianconera erano affidate ai sortilegi del druido Cruus Toort, il Renzetto sguinzagliò una pattuglia di bravi alla ricerca del Jacobaccio, tornando poi alla torsione delle mani nella fremente attesa. Mentre i bravi varcavano il Ceneri, il Lugano aveva già perso in amichevole contro il Preonzo; a Camorino li aveva raggiunti la notizia di un possibile ritorno del Belardello, con le conseguenze del caso; in Via Dogana seppero che il Team Ticino era andato in Russia per sempre, sfuggendo ai bombardamenti che avevano raso al suolo il centro di Tenero. A pomeriggio inoltrato trovarono il Jacobaccio che pregava con la fronte appoggiata al muro del Comunale, attorniato da una torma di bambini che gli tirava uova e pomodori. I bravi dovettero ascoltare le verbose spiegazioni del Celestino, che andarono avanti fino a notte fonda in una cappa di noia mortale. Un dispaccio del Renzetto incitò a fare in fretta, che gli stavano venendo le doglie perché nel frattempo gli era giunto sotto casa il Tramezzino con pretese mica da ridere. I bravi allora scacciarono i bambini, spedirono in Africa il Celestino, ripulirono il Jacobaccio. Il tutto sotto lo sguardo attento degli avventori del Granata. Tra due ali di folla con fruste e bastoni di carnevale, varcarono il Ceneri senza assalti, che facevano pietà anche ai briganti, e portarono il candidato ai piedi del Renzetto, non prima di aver fermamente condannato lo stalking del Tramezzino. Nuovo contratto, al ribasso, e primo allenamento del Jacobaccio a una squadra che ormai aveva accumulato un centinaio di sconfitte in campionato a causa dei dettami avveniristici del Cruus Toort. Ma poi, come sappiamo, le cose andarono benissimo e il Lugano vinse la Champions. Merito mio, disse il Celestino in diretta streaming da Kinshasa.
(…) Una volta andai dietro alla nona che voleva telefonare alla Besava, che stava in una casa troppo a sud per i suoi passi. Staccò la cornetta nera e infilò il dito nel volantino cifrato dall’uno allo zero. Compose. Ascoltai il suono del volantino cha andava e tornava in posizione appena levato il dito. Ziteldeeeeee (era il 6) – zitelde (1). E poi altri tre zitelde di lunghezza variabile. La nona attese concentrata, giocherellando col cavo attorcigliato. Non rispose nessuno, forse la Besava digeriva nel sonno col suo stomaco vecchissimo. Appese e uscimmo. A sera tarda e di nascosto, prima di salire nella stanza dello zio, composi il numero di casa nostra. Ziteldeeeeee – zitelde – ziteldee – ziteldeeeee – ziteldeee (61253). Non attesi il tut, era solo per provare, e tanto non c’era nessuno. Il telefono non serve a niente. (…)
Giorgio Genetelli – Maggio 2020 – Gabriele Capelli Editore
Sul fondo della piroga giacevano lancia, arco e frecce. Schivava scogli e macigni con inconsapevole destrezza, si abbassava ai rami delle fronde, scalciava pesci risalenti. A ogni mossa, Nugru Biuvete trasaliva e Coreisge Lusente auspicava. Quando non lo videro più, tramontato oltre la spuma del Potomac, discesero la riva sassosa con il cuore in gola, piume e fumo al vento di luglio.
Merluz Vogn è la cronaca, sognata e reale, di un’estate randagia alle soglie dell’adolescenza, in un Ticino presente e irrimediabilmente perduto nella “corrente del tempo”. Una realtà in cui il paese si fa “mondo” e dove il confine sfuma nell’epopea da fumetto. Figure surreali e leggende da osteria fanno da cornice alle avventure di un paio di amici, immaginate per “sbaragliare” le giornate estive, e lenire l’ingombrante assenza di una madre. Con Merluz Vogn Giorgio Genetelli rivisita luoghi e atmosfere della sua opera prima (Il becaària), e ci offre un romanzo post-dialettale da cui la nostalgia è volutamente bandita.