
Caro Buran, che sei un vento meraviglioso e che spingi tutto e tutti sotto questo zero, come a volerci nascondere, grazie per la paralisi. Strade deserte, sguardi incupiti dalle finestre, desideri di primavere che saranno accasciate, aneliti di estati intasate, scuole chiuse, lamenti, occhi fissi allo schermo. Libertà. Caro Buran, siamo rimasti in pochi ad accoglierti, impettiti qua fuori a farci accarezzare dal tuo soffio così remoto, forse solo io. Anche tu sei un migrante, uno straniero, anche tu sei malvisto, sei l’ignoto, il pericolo, l’invasore da respingere. Ti hanno storpiato anche il nome. Solo che a te non ti ferma nessuno, gli ometti sono incapaci di recingerti o di chiederti documenti, di interrogarti e di rinchiuderti. Tu passi, innocente come sempre è l’aria, ci fai pensare, ci fai ridere, a noi pochi. Ci porti profumi dimenticati, freschezze perdute, ricordi mai avuti, nevi stoiche. Ti sto scrivendo queste parole mentre tu mi sbirci le spalle, lo so, e sei anche orgoglioso delle mie guance bruciate e delle mie mani rattrappite, e io ti ringrazio per avermi tolto dalle banalità, dalle rozzezze, dalle abitudini e dalle speranze che tutto possa migliorare e invece No!. Caro Buran, lo so cosa vuoi dire, cosa ci porti in dono dalle tue terre lontane: l’eco di rivoluzioni, l’ululare di lupi, il coraggio, yurta, animali liberi e liberi pensieri. Nelle case si rintanano, noi restiamo fuori con te. A presto.
gene
Postilla
A véi véss i vés vóus
aoo
i néss i nés nóus
g.




