Catturato da quell’inerzia che passa per il disbrigo dell’inverno, con gli intoppi chiamati
Natale e Carnevale e pure quella farsa delle votazioni su Gottardo e famiglia e espulsioni di criminali, le catene cominciano a pesare. Le spezzerò domani, con la salita a Sonlerto dove ci aspettano il fuoco, la musica, la terra e l’amore. Non è una fuga dalla realtà decadente, tutt’altro: è sciogliere le vene per prossime battaglie contro un mondo fittizio che crolla.
La primavera, cazzo.
La storia dell’Uomo è trapuntata di Primavere, tradite o realizzate, come simbolo di rinascita dal nulla, o perlomeno da una terra improduttiva. Come si spiegava in Animal House, a ogni inizio primavera i cessi esplodono. A Sonlerto, al massimo, c’è l’acqua che ancora tenta di ghiacciarsi nelle tubature, e i cessi esplodono per questo motivo idrico e non per altro. Soprattutto fiorisce, anzi ri-fiorisce, l’idea di un mondo diverso, nuovo e antico.
Certo, è difficile far capire ai nativi che le spaventose fatiche di un tempo andato è ora di seppellirle, poiché ogni popolazione tende a mitizzarsi nelle sue dolenze e a protrarle in pubblicazioni ormai anacronistiche (vedi il recente Terre di Val Bavona). Ma a parte questa compiaciuta afflizione, determinata da un resiliente timor di Dio, c’è invece la spettacolare bellezza anarchica di un posto che potrebbe essere senza governo, libero di interpretare se stesso come meglio gli aggrada, senza Fondazioni, Enti, Cantoni e Stati.
Io, slalomando tra rimostranze più o meno contenute, inaugurerò sabato l’amaca sotto il tetto, dalla quale guarderò le gradazioni d’azzurro dei profili montagnosi, fumando e bevendo. Da quel posto lì, privilegiato e discosto, si sentirà la signorina Primavera espandere effluvi tenui e si guarderanno fiorellini incauti pronti a sfidare la coda dell’inverno, che è un signore che non si arrende mai senza combattere.
Non so con precisione come la veda la Maddalena, che di Sonlerto è figlia, mentre io sono solo l’innamorato (di lei e della Bavona). Probabile che ancora le prema nel cuore l’inquietudine sensuale di quella valle in inverno, a lei che in mezzo a quei macigni è cresciuta. Ma per me che sono più incosciente e forestiero, la Bavona è uno stato impavido dell’anima, e per tranquillizzare la Maddalena sulla bontà del mio esserci le ripeterò:
“Mi ricordo quando passai col pullman dei liberali e ti vidi ai bordi della strada che facevi ciao con la mano. Avevo sei anni, come te, e ci sono voluti altri quarant’anni prima di ritrovarti. Pensi davvero che l’inverno dei cuori e del mondo possa farmi paura?”
gene
Postilla
Vorrei fare con te quello che la primavera fa con i ciliegi.
Pablo Neruda



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