L’attesa invade questo lunedì d’aprile, unico e banale come i lunedì, come gli aprile, come
gli anni e i secoli. Bello perché non sai cosa potrà succedere, banale perché tutto quello che potrà succedere è ineluttabile. Però questo lunedì d’aprile contiene un’attesa malefica, che contrae i muscoli del petto premendo sulle ossa. Tra poche ore potrei ritrovarmi a scrivere o a brancolare nelle nebbia improvvisa, tra il desiderio di cambiare e l’obbligo di farlo. Tra poche ore svelerò il mio nome e la mia storia, se sarà necessario farlo, altrimenti rimanderò, forse a mai. Toccherà aver pazienza, più voi di me, perché io più che altro sono stordito dall’attesa. L’attesa di qualcosa che arriverà e che non ho né avrò possibilità di determinare. Potrebbero essere trent’anni di guerra o di pace, non lo so, dipende da come finirà l’attesa e quale volto mi mostrerà il mondo. Non ho dormito in questi ultimi giorni, mi sono visto vecchi film e repliche di trasmissioni mediocri, molto sport. Ho ascoltato mio figlio. Sono passato e ripassato dal bar, inquieto. Ho fatto più volte visita ai miei vecchi genitori, ai quali non ho potuto dire ancora niente perché niente ancora so. Ho stanato motivi, tutti plausibili, tutti falsi e spietati. Mi sento una pedina di un gioco del quale non ho più controllo. Oggi saprò, l’attesa finirà. Vada come vada, penso che nulla sarà come prima. Questo lunedì e questo aprile sono diversi. Attendo.
gene
Postilla
Il protagonista è mio amico, ho provato a immaginare quello che sente lui.
Come lui, aspetto di aggiungere una puntata, ma spero di non doverlo fare.
Come lui attendo, avvolto d’inquietudine e affilando coltelli, lucidando nomi e compilando elenchi.



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