tuttologia in direzione contraria

Diario di bordo 2016

Non si fa un viaggio senza annotare, dice la regina. Su questa nave che va dove le pare, incurante di sestanti e stelle, ho tempo; ma se non l’avessi, avrei l’urgenza. È passato un anno, niente terra in vista e quella lasciata indietro chissà dov’è. Mi restano in mano questi scritti, cronologici, illogici. Ho bevuto tanto e tanto fumato, restato solo a poppa. Non so, dicono che l’acqua salata porti alla follia e forse ci siamo…  non mi so spiegare questo diario. CCXIIX storie per cosa? Ne rileggo spezzoni alla rinfusa e non si incastra nulla, in attrito furioso con il procedere della nave.

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L’onda 19 gennaio
Il disgelo giocò d’anticipo, in quella primavera del ’16 che si era già annunciata ai primi di  febbraio. Seguita da un vento tempestoso e preceduta dallo spostamento dell’aria nelle vallate, l’Onda violentò le pianure come tùrbine e travolgendo ogni certezza. Tutte le verità custodite nei templi sacri e profani e conquistate in due decenni di dottrina furono distrutte al suo passaggio. Spazzate vie le chiese e le cattedrali, le sinagoghe e le moschee, le statue dei santi e i minareti; strappate le vesti di sacerdoti rabbini e imam; travolti monasteri e tutti i luoghi di preghiera, con i libri sacri preda del furore e della velocità dell’avanzata e sepolti dal vortice di terra che si depositava solo molte ore dopo il passaggio.

Foglie d’acqua 26 gennaio
Nel cuore il timone,
rotante e sicuro
una ciocca ribelle
che dalla tua fronte
si appiccica alla mia,
salsedine e  vento
a speziare

Fuorilegge 28 gennaio
Mentre scappavo nel temporale, tutto sghembo, con una mano sul cappello per non farlo volar via, ho sentito un tuono. Ma non era un tuono. Il colpo di pistola mi ha colpito da qualche parte nella schiena e sono steso qui con le gocce che mi fanno ploc ploc sul petto e sulla faccia. Il mio cappello è al sicuro, sotto la mia mano, bene.
Sono contento di aver avuto il tempo di vivere la vita mia e dei miei cappelli prima che diventassero fuorilegge loro e morto io. Poteva andare peggio.

 

Licenziata 1 febbraio
Vent’anni sono crollati sul tappeto di colpo. Non ho trovato nessun suono da far uscire dal gozzo rinserrato.
Sono uscita dall’ufficio del responsabile e sono andata nel mio. Un impiegato mi ha raggiunta dicendomi che non potevo stare lì e che dovevo liberare il locale in venti minuti.

Georgette 2 febbraio
Questa figlia che si chiama Georgette (come la bisnonna di Claro), con fragilità che ai tuoi occhi sono pregi assoluti, questa figlia è l’Arte. Non perché produca bellezza solo nella forma, ma più per la compassione che ti rovescia addosso e te ne nutri come fosse l’ultima e più sontuosa delle cene possibili.
Seduti su due sassi di un prato di montagna, tu e Georgette cantate e suonate senza bisogno di pubblico, perché siete voi il pubblico e l’artista di voi stessi. La musica trapassa le membra, vivifica l’essenza del sangue trasmesso e per il tempo che la musica è sorretta non ci sono né pene né malattie.

Ecatombe 6 febbraio
Viaggiano gli ultimi della terra, fra nodi d’asfalto e muraglie di bitume.
Stretti corridoi d’erba incolta tra fili e recinti.
Sulle colline dove pascolano armenti in serie non si passa, tocca precipitarsi tra vicoli e rondò non più per rivoltare zolle ma per svellere cassonetti immondi.

Campo Marzio 14 febbraio
Lì nella fortezza, anche gli avversari sono diversi da tutti gli altri incontrati fino a quel giorno e vengono da sud. Prima di entrare sul prato allagato – di piovere non smette – hanno tempo per squadrarne le divise a strisce bianche e azzurre e ascoltarne la parlata quasi lombarda. Loro invece sono rossoverdi fin dal ’31 e adesso siamo nel ’51, una guerra in mezzo e tanti onorevoli calci all’invana gloria.

Sono una strega 22 febbraio
Mi è toccato piegarmi, infine, a confessare: “Sono una strega”. È vero, non mi è mai piaciuto il dio dei miei conterranei, quello dei preti e dei papi al quale si riconducevano castità sessuale e regno dei poveri. Andavo nei boschi dove uomini pii, che in chiesa si inginocchiavano nei banchi di legno per pregare e per assolversi dai peccati che la dottrina considerava mortali, quali l’adulterio e la bestemmia, godevano del mio corpo oltraggiando il loro atto con oscenità rivolte a me ma che chiamavano in causa i loro precetti.

L’ultima domanda 25 febbraio
L’ultima domanda chiuse tutto, anticipando il tempismo della morte. Quella questione affiorata sulle labbra di mio padre, ridicola e tragica, seguì di alcuni mesi un’altra domanda sorprendente. Era solo una goccia d’acqua nel fortunale che lo lasciava senza sestante da un anno in qua.

La montagna ribaltata 1 marzo
Si buttava dal filo della teleferica del Lelo aggrappato a una forcola di castagno. Teleferica dismessa, tranne che da lui, il Cora (con la “o” chiusa). La Mimi, sua mamma, lo rincorreva scavalcando stagni e sassi, le ciabatte perdute in partenza, e quando l’aveva quasi afferrato, quello era già lanciato sul filo a sbalzo, facendo boccacce di piacere e concentrazione, atterrando nelle ginestre senza un lamento.

La bocciofila Sonlèrt  7 marzo
La cosa andò avanti in modo trionfale per il resto dell’estate e metà dell’autunno. Il Zine fu glorificato da sperticate lodi per lo splendido lavoro. Ogni giorno arrivava a bagnare e lisciare, togliere foglie e provare traiettorie. Solo che, fumantino com’era, si adombrava ai suoi cali di forma e allora diventava intrattabile e l’aspetto ricreativo mutava in competizione dura e pura. Esigeva l’arbitro e imponeva di misurare punti che lo vedevano perdente di mezzo metro e più. Non accettava la valutazione a occhio e metteva in atto una persistente strategia psicologica per innervosire l’avversario e poi sbeffeggiarlo se la faceva franca.

Ordinaria amministrazione 17 marzo
Stipato lo scarso e sudato bottino nella tettoia, ci sedevamo sotto il caco a mangiare pane e fontina, o tilsiter. L’Avo si accasciava nella poltrona, accendeva il toscanello e sogghignava alle reprimende della sposa.
Liberati dall’impegno, noi tornavamo alle selvatiche scoperte del mondo. Ava e Avo stavano là fino all’ora di cena, che era come la colazione perché consisteva in pane inzuppato nel caffellatte.

La felicità 22 marzo
Decidere di rubarla all’oblio, riuscirci e metterci in giro fino a quando non ci avranno fermati. Il Meo, la Gigi, io, più il Frank alla guida, che lui è sempre bizzarro con le marce e gli spaventi da procurare ai pedoni. Si tratta della Rolls di Lennon, portarla a una nuova vita circolatoria è stato facile: il Meo e la Gigi dietro l’angolo, io a tenere aperto il portone, il Frank ad avviarla e portarla fuori.

Castigo 8 aprile
Nell’angoscia del respiro mozzato, dal tramonto all’alba mi trafiggevo di miraggi che svanivano al tac del bilanciere. Non trovavo requie, quella vecchia avida meritava di morire. La collana di mia madre era andata perduta nelle sue mani grinzose, in cambio di denaro d’usura. Soldi non ne avevo più, gli ultimi li avevo spesi per il vino nell’osteria di Via Cancelleria, quella stessa notte.

Icaro 9 aprile
Fece il giro delle carraie e delle piazze, convocando spettatori della sua generazione. Si assieparono ilari, pronti a vederlo spiaccicarsi. Salì le scale fino al trespolo, una studiata esibizione di sé e dell’apparecchio: l’ombrellone della Lemonsoda al quale stavano attaccati, sopra, quattro ombrelli “direzionali” neri e, sotto, una gerla senza il fondo a far da imbragatura.

Chi sei tu? 19 aprile
Io sono io. Chi sei tu? Un censore, un moralista o un ilare, gaudente o ascetico? Tu chi sei, che mi dici cosa non devo fare io, che non vuoi che io faccia. Chi sei? Un morigerato, un inane o un fustigatore? Un equilibrato equilibrista?

Confine 10 maggio
Sei il solo che può farcela, mi ha detto il papà, mentre la mamma piangeva sulla panca di luna in legno. Mi ha caricato la cadola sulle spalle e sul momento le ginocchia non parevano reggere il carico, e invece sì. Mi sono voltato quando ero già su di un bel po’, dove i larici sono pochi. La mamma sulla panca era un puntino appena più minuscolo del papà in piedi. Non ho potuto più guardarli. Un po’ dopo ho sentito due spari e anche se sono piccolo ho capito. Meglio andare, devo farcela anche se sono solo, come ha detto papà.

Il maggio 23 maggio
Credo di aver trascurato la Maddalena e il Meo. Cioè, ero lì con loro, ma rintanato dentro il mio cuore, che non è una cosa districabile. Arrivò anche il Gas con Anna, riapparsa da chissà quale oblìo, e ci incamminammo a piedi nel vecchio quartiere del paese, quello dove ogni pietra parla a me ancora oggi. Un mondo a parte, dice il Gas. Lui viene dalla città ma ha un’anima contadina come la mia. Anche la Maddalena ce l’ha, il Meo invece è più edile e si diletta a contundere piante con il martello di gomma dell’Agricola. Anna non so.

La banca 25 maggio
Il momento è arrivato e i quattro ripassano il piano per l’ultima di mille volte. Pianta della zona, percorso, tempi, vie di fuga e compiti. Il Frank in auto, il Meo a far da palo, il Gene e il Gas a irrompere.

Amragordi 2 giugno
Non era stata bene, la nonna, forse una bronchite a minarle la già sghemba camminata.  Appena ripresasi, dall’ombra del frassino annunciò a mia madre che sarebbe andata al ricovero, che di pesare sugli altri non aveva intenzione. E col tono che usava verso il nonno quando gli ordinava di levare il fiasco dal tavolo, senza replica.

Europei 14 giugno
Avevamo appena mangiato le costine, di idee non ne venivano e la Maddalena era stanca dei nostri discorsi sul coyote e la Verzaschina, quindi col Meo andammo a San Carlo per una birretta, liberando l’aria. Senza cercarla, l’idea si palesò da sola, con l’invitante schermo sotto la tendina di fronte all’osteria.

1971 29 giugno
E invece il nonno Delfino è un mite, invece che la nonna s’intende, che lei comanda a bacchetta tutti quanti e stravede solo per me, come già detto l’altra volta.
Il nonno la accondiscende, le prepara la legna, le porta la spesa, le chiede se ha tutto e alla brusca risposta (“Van, van e fat più vidéi”) saluta gentilmente e va in Guèr con le sue pecore.

Tenere botta 12 luglio
Il Cicio al banco a cercare di capire il disegno di un armadio che il Serghei gli spiega standogli di fianco. Io a lato del Cicio. Tre figure allineate nello spazio di un metro. Fa caldo. Tra le abitudini brusche del cerbero c’è lo spingere via l’assistente con un’insistita pressione del gomito, per fastidio e ricerca di spazio. Quel giorno, il Cicio, gioca una carta a sorpresa.

Fieno 21 luglio
Una figura epica, non ci sono discussioni: nella tristezza di un 2016 pieno di coglioni che muoiono, ammazzano, corrompono, pregano, rubano, violentano, tassano, reprimono, cianciano, mentono e ridono per nullità, il Rinaldo che vince l’ingombro del suo carico scendendo il sentiero è rivoluzionario.

Achei ribelli 3 agosto
Oggi, come sempre in estate, la mamma mi ha intimato di aspettare due ore prima di buttarmi nel riale, che “at vegn póu ‘na congesctión”. Anche quella del Nandel gli ha detto la stessa cosa. Allora, ubbidienti, abbiamo preso il sentiero per andare su in Chér, che c’era il Renatin a far fieno, secondo fonti sicure.

Crossroads 12 agosto 2016
E adesso che precipita questo vento, come si fa a dire ancora che tutto va bene? Non va bene niente. A questo crocevia che inchioda i passi, non sappiamo dove andare, cosa scegliere, quale di queste quattro braccia spalancate è un abbraccio e quale una morsa. Ci fosse almeno il diavolo a cui vendere l’anima. Mi volgo a Raissa, l’usignolo biondo con cui mi accompagno, la vedo stanca e disorientata.

Rosselli e la banda 20 agosto
Quando il dottore disse al Renato, alle prese con alcuni acciacchi, che era giunto il tempo di bere più acqua che vino, l’altro comprese e annunciò che allora gli sarebbe toccato berne sei litri al giorno, di quell’acqua. E così fece, forse.

La conquista di Agarizio 25 agosto
Aurora dita rosate aveva ceduto il passo alla gloria del sole. Con gli otri quasi vuoti, Adelmo e Maddalena giunsero al Bagno, ultimo pozzo prima dell’erta verso il Passo dei Profeti, cosiddetto per la leggenda di una falange intera precipitata di sotto nonostante l’avviso dei tre saggi, che in quel terribile posto vivevano di spirito e preghiere per i naviganti dispersi.

Il Pratico 14 settembre
Forgiato su solide basi, il Pratico condusse un’infanzia a picco sui lavori dei padri per poi mettersi in proprio e scardinare territori con pietre e legna. Nel fulgore della maturità, realizzò denaro con la forza inarrestabile delle sue mani e con il  calcolato funzionamento del raziocinio. In poche parole: costruì, demolì, ricostruì e riempì di denaro la sua vita operosissima.

Tom Joad 24 settembre
La strada è viva stanotte, ma si ferma poco oltre le piante, contro il muro alzato dai nostri.  Guardo giù e nella luce dei falò, agitati dal fantasma di Tom Joad, moltitudini tengono in mano il biglietto di sola andata, con la speranza tenue di un rosario. La loro corsa si chiude qui, nei centri di raccolta, che li rivomitano indietro. Un rimpiattino con la vita, degli altri.

Aiuto! 4 ottobre
Quando mi tocca dire a mia figlia, al mio amore, a mia sorella, agli amici che non riconosco più la mia terra, provo dolore. Non dispiacere: dolore. Sento che sto tradendo la granitica e seria fiducia di mio padre, che sconvolgo la malinconia di mia madre. Eppure è così, l’innocenza è persa, come perdere una partita giocata bene e con lealtà per un gol in fuorigioco.

La morte di Uli 14 ottobre
Vardal ilé l’Uli, che par l’ultim viagg l’è catò foro el trator. “Ao ch’l’è c’am toco nee?”. Ig rascponn gnisun e aloro u invii el tratorocchio con la manovelecio inrusgiurente. I tusiss tui dui, dal fum. L’Uli u salta su in canottiera, coi banderett dala Parisien piantei sol sctomich, ‘me om tor.

Il Piccolo 21 ottobre
Questo asino che la madre non voleva si chiama Piccolo. Lo chiamo da su, in cima al prato,  e lui scorrazza scalciando fino a quando giunge e mi spinge con il suo testone punk. Gli prendo il muso sottobraccio e andiamo in giro per il prato come una coppietta. Chiaro che si aspetta un taralluccio o una carota, eppure pazienta. La madre guarda da lontano questo figliolo prima reietto e poi accolto dopo che il Rinaldo aveva ritenuto il fatto inammissibile e li aveva costretti a una convivenza forzata.

Cuori a Montisola 22 ottobre
Il momento di aggiungere altri sentimenti arrivò un giorno di maggio. Con la Vespa  revisionata, i Giorgi partirono verso est. Questa cosa dei Giorgi la spiego una volta per tutte, che tra sorrisini e sorrisoni uno ne ha abbastanza: mia nonna si chiamava Georgette, io mi chiamo Giorgio e quindi, ditemi voi se non ho ragione, mia figlia è Giorgia.

In sella 8 novembre
Solange andava al lavoro in bicicletta, con tutti i tempi. Pedalava lungo l’argine del Ticino in orari vuoti di bambini e cani; oltre la campagna lo stradone risuonava di ferraglia e olezzava di benzina, incolonnati i pendolari, stanche le autoradio, assonnati gli occhi. Solange invece s’inumidiva il volto di rugiada e si librava nelle idee.

Noia 30 novembre
E tutto a un colpo, torcersi dal male, non concludere la cena, salire in auto e reclinare il sedile, arrivare a casa piegato come dal vento, stendersi sul divano e infine decidersi che è abbastanza. Poi vertigini d’anestesia, discorsi notturni nell’insonnia ottusa dalla morfina, autoironie, niente fame e poi invece fame e un brodino.

Fili 5 dicembre 2016
I panni stesi da un balcone all’altro incombevano come fantasmi diurni, lasciando che dietro gli scuri ombreggiassero i supplizi e il dolo. Nei pomeriggi diafani volteggiavano rondini spensierate e la prateria fischiava di maestrale. Nella stanza al terzo piano della casa rossa, Silente riposava gli occhi al buio, nell’inamovibile pensiero delle mani di Fulgencio sui suoi fianchi, appena prima dell’irreparabile.

Bravi! 9 dicembre 2016
Sotto il pino…
Sì?
Sotto il pino…
Sotto il pino cosa, zio?
Sotto il pino c’è il Rinaldo che suona il trombone!

Nera 16 dicembre 2016
L’acqua è furba, dice il Bau sollevando una pioda del tetto. Ci infila una scaglia e spiega che così si devia il corso misterioso delle sue gocce. L’acqua la incanali come la vita, la argini, la sotterri, la devii, la opprimi; poi, quello che nei giorni di sole è un rivolo, nella tempesta reagisce svellendo tutto ciò che si oppone. E più è opposizione, più è travolgimento. La furbizia dell’acqua si dissimula in mille maschere e cela catastrofe. Nella lista dei suoi travestimenti c’è la Nera, che venne di notte perché chiara e visibile non voleva essere.

Hard Rain 19 dicembre 2016
Cosa hai visto coi tuoi occhi azzurri?
Uomini senza braccia
che stringono donne
spezzate
con figli in grembo

Ferraglia 23 dicembre
Sibilavano proiettili e cadevano bombe. Un tornado di ferraglia rovente che sventrava palazzi e case e che una volta raffreddato uscivamo a spulciare, in quel momento di nulla che segue la ferocia della battaglia. Anche quella era una contesa in bilico tra furore e pazzia, addensata attorno alla confusione su chi spara a chi e chi bombarda a cosa.

I sette samurai 31 dicembre
In trenta minuti senza conto alla rovescia, chi stava ancora nel 2016 e chi già gustava il 2017 fu polverizzato. Da otto miliardi, l’umanità fu ridotta a trecentomila unità, sparse ovunque e senza possibilità di organizzare una resistenza seria, senza nemmeno armi efficaci.

E ora che l’orizzonte non dà segni? Come e dove andare? Perché? Ricominciare un diario come se fosse un’altra vita, o la vita di un altro… potevi darmi un compito meno improbo, regina.

 

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2 risposte a “Diario di bordo 2016”

  1. Postilla numero 2. Cerchero’ anch’ io di navigare in questo marasma. C’ e’ chi disse che ” la flotta non e’ che un vecchio salambeto”. Vuoi vedere che dobbiamo partire da li’? Cioe’ dall’ inesplicabile. Ciao e buon anno.

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