tuttologia in direzione contraria

Nelle notti insonni, la caccia all’idea non funziona quasi mai, è tutto o troppo meccanico oscrittore troppo indolente. Quando, per sfinimento, il sonno avvinghia, ecco immagini portentose corredate da frasi e dialoghi che vanno per i fatti loro e non li raggiungi mai più. Non annoto, non ce la faccio a sgusciare dalle coltri, e nel mattino restano solo scheletri immobili e muti. Così, nello scorrere del giorno e nel travolgimento dell’impellenza, scrivo partendo da zero e sperando in una corrente misteriosa che dal foglio sappia trasportare in superficie parole e frasi. Se succede, e non è detto, oltre alla possibilità che il risultato sia deludente c’è che non sento la padronanza di ciò che ho scritto, come se fosse successo in una svogliata trance. Immeritevole, ma se è l’unica possibilità, allora tanto vale coglierla. Non posso fare altro, scrivere è una necessità e se resto tre giorni senza farlo piombo nell’inedia, dove le idee e le intuizioni disseccano peggio dell’orto abbandonato.
Non per lamentarmi, ma davvero, immaginare è una fatica, molto più schiacciante del fare che tanto impera e giustifica frasi assurde come “prima di tutto bisogna fare, poi parlare”. Ma già… Ma quando mai. D’accordo che sono le azioni a rappresentarci, ma se non sono pensate si tratta solo di impulsi, vagamente funzionali e spesso pericolosi.
Voglio dire: un’opera è nulla senza un concetto o una formazione. Un’azione è cieca senza un’idea. Non li vedete i coglioni che fanno e fanno e poi crolla tutto? Che montano strutture senza neanche sapere quando smettere? Che si affollano in massa anche se non c’è nulla da studiare? Che indagano senza motivo?
Per non essere così ordinario, mi metto sotto appena ho un barlume, come adesso dopo una serie di ragionamenti birrosi, arrabbiato per le incomprensioni da bancone del bar. Mi pare che ci siano argomenti per buttar giù una bella storia, con tutti i crismi della pianificazione al servizio del mestiere. Invece, non viene niente. Ne sono sollevato. Stolido, prendo il treno, che almeno lui sa dove va e sembra pensare per me. Poi aspetto la notte che affonda col lapis in mano e la pagina immacolata.

gene

Postilla
Ho scritto questo racconto più lungo del solito, semplicemente perché non ho avuto il tempo per farlo più corto.
Blaise Pascal


Una replica a “Scrivo”

  1. Bello il racconto ma anche la postilla non e’ da meno. E’ pur vero che il signore si chiama Pascal il quale affermava pure, cito a memoria, che tutti i malori dell’ uomo derivano dal fatto che non sa stare per un paio di giorni, da solo, in una stanza. Evidentemente c’ e’ anche una stanza interiore. Ciao.

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