Quel cinque centesimi finito chissà per quale caso nel fornello della pipa, e scoperto a fine fumata, lo fece tornare all’epoca in cui una monetina così valeva un destino e non un niente come oggi.
S’alzò dall’ottomana e percorse i due metri fino alla credenza dove stavano rintanati la bottiglia del cognac e i bicchierini. Ne versò un dito e gli venne da ricordare una cosa, ancora prima che l’ambrato liquido gli fluttuasse sotto la lingua. Mise in tasca la monetina.
Giovanni. Mio nonno. Tra gesta e voglia di vivere era arrivato a novant’anni, traballando sulle gambe spesso ingovernabili. Per questo, lasciava l’ottomana solo in casi d’urgenza: mangiare, bere, dormire, andare di corpo. Da lì, osservava quel che gli restava del mondo, resistendo alle noie, prima fra tutte la visita quotidiana della Matilde, nipote tediosa e zitella come nel miglior campionario dei penitenti alla Madonna di Re. Come ne sentiva il passo, fingeva il sonno.
– Che peccato, il barba dorme sempre – si lamentava la vergine.
Si fermava per vedere se le si sarebbe concessa udienza, con quella petulanza da vespro e poi, ostacolata dalle supposte profondità letargiche in cui veleggiava il “barba”, batteva in ritirata. La porta non aveva ancora finito di richiudersi, che il nonno già riavviava la pipa.
La sera del cinque centesimi, mi chiamò dopo il primo sorso di cognac. Ciondolai dall’aia fin dentro il tinello.
– Ti conto quella del Campo Verde. Ci vuole tempo. Ne hai?
Annuii, facendo svolazzare foglie e biada.
– Siediti qua pinin – mi disse accomodandosi sull’ottomana. Ubbidii, non sapevo se mi sarei annoiato.
– Pensa che dove stai tu di casa adesso c’era stata una campagna estratta dalla palude. Le strade erano di ghiaia e il parroco comandava anche sul sindaco. Per questo la chiesa era sempre dipinta di fresco, mentre a casa nostra si scaldava pel giorno dopo tutto quel poco che avanzava dal giorno prima. Mi ricordo di aver mangiato la stessa polenta sei o sette volte. Davvero eh? Altro che ravioli in scatola o altre prelibatezze moderne. Ma comunque, il parroco era grasso e aveva le mani mollicce come uova di rana. Non che io gliele abbia mai strette, ma dicevano. Questo bel tipo qua riusciva a strappare lasciti da ogni disgraziato che abbandonava la terra e se non riusciva a convincere il morente, convinceva un parente che il passaporto pel cielo costava, mentre per l’inferno bastava assai meno. Terreni e risparmi, già miseri, prendevano dunque la strada della chiesa, passando prima per quelle sudate del prete. Maneggiare soldi e testamenti non ha mai procurato calli, tra parentesi, ricordatelo. Tra i terreni finiti alla parrocchia…
Fece un tiro e mandò fuori un fumo bianchissimo.
(continua)
gene
Postilla
Atei e sacrileghi!
g.



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