tuttologia in direzione contraria

Il trittico – II

Prima parte

Seconda parteasino

1966
Finirono la birra di corsa e ripartirono, il Meo dieci passi avanti, come all’attacco dell’Izoard, l’Asino a rincorrere e l’Adelmo a trattenerlo con immensa fatica. Più l’animale aumentava il passo, più il Meo tentava l’allungo. Arrivarono a cascina di corsa, stravolti, e fu l’Asino a intuire che lì ci si poteva fermare, avendo visto il ragazzo chiudere la fuga.
– Era ora, maledetti – singhiozzò l’Adelmo, come se parlasse direttamente dal mantice del suo sterno infiammato.
Passarono la prima notte in trittico, inchiodati ai loro dubbi.

Meo
La storia del ragazzo sembra uguale quella di tanti altri tipi strani. Discosto e silenzioso, aveva camminato solo dopo i tre anni. Il ritardo apparve chiaro a tutti da subito, tranne a sua madre, che con l’amore scacciava le perplessità. Bartolomeo lo aveva scelto lei, come nome, in onore alla chiesa di Vogorno che tanto le era piaciuta, in uno dei pochi giorni di libertà della sua vita di moglie devota. Tra il marito e gli altri tre figli, le sembrava a volte di non avere nemmeno tempo e diritto per respirare. Nonostante tutta l’incomprensione patita e subita ogni maledetto giorno, sembrava che ogni dolore le scivolasse sulla pelle ambrata dandole una specie d’immortalità. Era bellissima. Per questo non pareva possibile, agli occhi voluttuosi e indagatori di tutto il villaggio, che potesse essergli capitata la disgrazia di un figlio deficiente. Intuita la commiserazione, Maddalena ostentò senza più nessun pudore la potenza dell’amore materno per Bartolomeo. Maledicendo tutti con la forza del pensiero.
Il primo a cadere sotto i fulmini dell’anatema fu il marito, rovinato a catapicco in fondo a un precipizio inseguendo pecore volanti. Maddalena non l’avrebbe voluto, in fondo, ma una maledizione resta una maledizione e quindi amen. Partiti poi i tre figli distratti e conformi, all’inseguimento di sapere e fortuna che in quel posto erano come cercare un lichene nel bicchiere del vino, restò sola col ragazzo. Per mangiare si adeguò all’assistenza dei vecchi del ricovero.
Tutta quella libertà, che svuotava le giornate della presenza rumorosa di fratelli padre e madre, svegliò il Meo, che cominciò a girovagare, arraggiandosi a conoscere quel mondo aspro che lo circondava. Nel peregrinare, a godere della neve o raccogliendo fiori da portare alla mamma, un giorno cadde a terra fulminato da una corrente interiore che lo lasciò a sbattere per infiniti minuti. Stoico com’era, si rialzò rattrappito e come un granchio si avviò verso casa. L’Adelmo lo vide da lontano e capì che qualcosa andava meno del solito nella camminata sghemba di quel ragazzo. Scese dal trattore e lo raggiunse. Il Meo perdeva sangue dalla fronte, niente più di un graffio, ma il suo viso era del colore della cenere fredda, impiastricciato di bava e raggrinzito dallo sforzo.
– Che hai fatto?
– Niente di niente.
– Ti fa male?
– No!
– No?
– Sì…
Mentre gli parlava, il ragazzo guardava l’Hürlimann, cento metri più su. L’Adelmo, capito al volo che il mezzo agricolo era un’attrazione per quel giovane stravolto, mise insieme le due cose. Convinse il Meo a montare in carrozza e lo portò al ricovero, che lì di malanni se ne dovevano intendere.
(continua)

gene

Postilla
Un racconto in tre o quattro parti e per il quale bisogna portare pazienza. Nessun riferimento a persone esistenti, dico davvero. Una storia di ostinazione, lealtà e amicizia.
g.


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