tuttologia in direzione contraria

Dalli al pallino

Janos da un anno si era dato alle bocce, pensando forse a una riduzione dell’attività bocce-iisportiva impregnata di calcio senile e pericoloso. In tandem con Bertone, il suo più grande e affine amico, nonché esordiente pure lui, si era tesserato per la Frontiera, bocciofila ormai in disarmo e covo di vecchi poliziotti strapensionati. Ma la Frontiera, in piena eutanasia, morì e si sciolse. I due migrarono nella Verzasca, società più fiorente e che li accolse col sorrisetto riservato agli apprendisti empirici. Per uno dei casi del calendario, i due furono immediatamente iscritti al Campionato Sociale Individuale, in un cast infestato di vecchie volpi dei viali. Janos contro il Berra e il Niesa, gruppo 1, di lunedì. Il primo sarebbe andato ai quarti di finale, gli altri a casa o al massimo sulle panchine di legno a guardare gli sviluppi con l’insopprimibile malinconia degli eliminati. Janos non ci contava, ma un po’ sì, anche se i due rivali erano di un’altra categoria e con centinaia di tornei sulle spalle. Le bocce sono mente, tecnica e strategia, aspetti che Janos non aveva mai affinato, un po’ per inesperienza, un po’ per fastidio nei confronti dei riti. E le bocce sono un rito duro e puro, altroché.
La prima partita contro il Niesa, dieci anni meno di lui e millesettecento partite giocate in più. Un bombardiere che accostava con criterio. Ma nervoso, vai a sapere come mai. Janos si portò avanti un po’ a sorpresa fino al 7-2, imbroccando alcune bocciate al volo che nemmeno lui si spiegava. Poi la flessione, tipica del dilettante che si sente appagato e si rimira mentre l’altro, scafato, cominciò a spazzare. In cinque minuti arrivò il sorpasso. Janos si concentrò, si difese e attaccò e sul 10-11, senza più margine di speranza, imbroccò una bocciata da venticinque metri e intascò la vittoria. Il Niesa gli strinse la mano con gli occhiali appannati dal nervoso e si lanciò subito nella sfida col Berra, grande favorito di gruppo. Vinse il Niesa con un indiscutibile e sorprendente 12-1.
Quindi, con una vittoria, Janos sarebbe passato ai quarti. Bastava tenere la testa sul campo. Perse secco, 12-4 e non vale nemmeno la pena raccontare. Quindi, tre giocatori a pari punti.
– E adesso che si fa? – chiese Janos, completamente a secco di regolamenti.
Gli altri due, con molta blandizia, gli spiegarono che si andava “ai pallini”. Quattro bocciate a testa per colpire, appunto, il pallino, una sfera di tre centimetri posta a circa quindici metri di distanza: in caso di parità, avanti a oltranza fino all’errore. “Come ai rigori nel calcio”, pensò Janos, moderatamente tranquillo.
E allora, rigori. Al secondo turno, il Niesa lo becca, Janos replica, il Berra sbaglia. Poi sbaglia il Niesa, sbaglia Janos, colpisce il Berra. All’ultimo tiro, sono pari. Il Niesa, sopraffatto dalla tensione, vede la sua boccia transitare a duecento all’ora di fianco al beffardo e immobile pallino; Janos, dopo alcuni scenografici bilanciamenti delle braccia, molla l’attrezzo e un decimo di secondo dopo il pallino vola via. Mentre il Niesa pensa già alla tristezza da divano che lo attende assieme a una moglie in pigiama e Janos crede di avercela fatta, il Berra riemerge dal torpore e quasi spacca il pallino. Cazzo.
Janos riprende la mira con tutto il corollario di scene, parte a passi svelti e molla l’attrezzo, che atterra perfetto come un jet e centra quel’affare ormai più piccolo di quello che è. Il Berra, campione locale e atteso all’esecuzione come un boia sulla piazza, si dondola sulle gambe arcuate e sicurissimo lancia. E sbaglia.
Janos non festeggia nemmeno, ma poi, a casa, rivede tutto e pensa alla prossima sfida, prima di addormentarsi con la pancia oppressa dal panino con mortadella che si era mangiato in treno, per darsi un premio.

gene

Postilla
Le bocce si smarriscono meno delle palline da golf.
g.


Una replica a “Dalli al pallino”

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