tuttologia in direzione contraria

carnevale

Tutto era chiuso, blindato da reti con guardiani alle porte. Come sempre, chi pagava entrava, chi non aveva soldi no. Io non li avevo, e nemmeno Ite e Lude, e non mi pareva giusto non poter andare alla festa. Non si trattava di una festa al castello, ma nelle vie della città libera. Che per questa festa però, veniva chiusa a dispetto delle leggi che definiscono il libero accesso alla pubblica piazza. Avevamo fatto tanta strada per arrivare lì e volevamo giocare anche noi, non starcene fuori come reietti. La festa: era il carnevale, uno dei pochi momenti in cui il popolo poteva ribaltare i poteri, in modo incruento e divertente. Pochi giorni con l’illusione di avere la libertà di dire e di fare. Ma negli ultimi dieci anni era cambiato tutto, soldi e politica avevano conquistato anche quello spazio e quel tempo della goliardia. E al popolo non restava che inchinarsi e partecipare sotto un ferreo controllo e un’esosa brama di denaro. Non tutti si piegarono al volere e alcuni come noi transigevano di contrabbando, cercando falle nella cinta fortificata.
Sotto il castello passava una galleria per i treni. Da lì, con un po’ di coraggio, si sarebbe potuto beffare la casta. Un tunnel buio, come nelle descrizioni di chi è tornato dalla morte. Io, Ite e Lude vi entrammo e dopo un certo numero di passi nell’oscurità vedemmo la luce.
“Allora è vero quanto dicono: una grande luce, una sensazione di pace. Un rumore assordante”.
Il treno mi travolse. Non sono più tornato.

gene

Postilla
E adesso?
g.


Una replica a “Il treno”

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