Il Bianco ci guidò in cima alla montagna, sparlando di camosci cacciati qua e là, in un
impasto di anni e polvere da sparo. Suo figlio Nandel e io, rapiti dal verde e dalle parole, immaginavamo guerriglie indiane e inseguimento a bisonti cornuti. Torso nudo e braghette adidas (blu lui, bianche io, a strisce invertite), potevamo sembrare Chiricahua in erba al seguito dell’Uomo della Medicina, ma eravamo solo bambini portati in salvo dalla noia della scuola.
Da chilé o facc om tiir da tresénn metri, disse il Bianco indicando un sporgenza terribilmente in alto, come la Mesa de los Diablos.
Era invece la roccia dove Ròscero si affacciava al Valegión, che già erodeva calmo ma indefesso. Più su imperava il Purscì, picco delle streghe che rotolavano massi per il gusto, secondo la leggenda. In fondo allo sguardo, il paese, indifferente e tremolante nelle onde di calore della tarda primavera.
Quando arrivammo a Ròscero, nel piano erboso ritagliato tra anfratti tormentati, vedemmo i cascinali abbandonati e in mezzo, a tagliare quello spazio impensabile, la crepa. Larga mezzo metro e lunga cento.
S’u va vii tutt, u setére la ferovii, spiegò il Bianco quasi soddisfatto.
Ci affacciammo sopra la fenditura e le facce gelarono d’aria viscerale. Il Nandel estrasse una moneta da un centesimo, bucata, e la gettò in quell’abisso. Non la sentimmo toccare il fondo, ci parve.
In basso, il paese era lontanissimo, come se i ghiacciai l’avessero schiacciato sul pavimento della valle, duemila metri più giù.
Il fragore durò tutta la notte e all’alba la ferrovia era sepolta da pietrame e alberi scorticati. Centinaia di tonnellate di montagna precipitata che si ritrovarono in congresso nella campagna del fondovalle. Il Valegión si era fermato, stanco di rotolare. Era cambiato tutto, arrivarono giornalisti e geologi con le loro spiegazioni del giorno dopo. Il Nandel mi prese da parte e ci allontanammo di soppiatto. Eravamo già andati lontano dal paese da vent’anni e più, a seguire le nostre vite, ma quel territorio era ancora nostro e la montagna sempre sacra.
Etel chilé, disse il Nandel, dopo aver raccolto da terra il centesimo bucato, rame lucente sopra un larice mutilato.
U g’à metù om po’, ma el fónn u l’à tocò.
gene
Postilla
Poiché le cose continuano a degradare di generazione in generazione, predire catastrofi è un’attività normale, un dovere dell’intelligenza.
Emil Cioran

2 risposte a “El ghèll”
Molto bello , bravo !
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Molto , molto bello. Bravo ! Marcello
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