tuttologia in direzione contraria

Arpad e Simon

shoah
Non posso zoppicare altrimenti cado e mi viene da ridere, spiega Arpad con un filo di voce. Simon accenna una risposta, ma non ce la fa, l’epiglottide sussulta. E così camminano tra le baracche, aggirando cadaveri perché non riuscirebbero ad alzare le ginocchia per scavalcarli. Arpad e Simon sono nudi, liberati da quei vestiti a strisce che li coprivano come un’onta. Avanzano tra i soldati dell’Armata Rossa, intenti a frenare l’impeto dei deportati davanti ai pentoloni di un brodo che li ucciderebbe se ingerito con l’ingordigia della fame secolare. Quegli stomaci rinsecchiti dentro ventri concavi o convessi che non sembrano poter accogliere organi. Arpad e Simon viaggiano.
Non sento neanche più il buco del culo, dice ancora Arpad con quello spirito che è stato la sola possibilità di resistere alle sopraffazioni dei carcerieri. Sono glabri, che nemmeno la barba cresce più a conto di metabolismi ridotti a funzioni pre-umane; la pelle è tesa, incartapecorita su ossa immense. Non fa così freddo, non più, da quando al mattino si sono trovati soli, senza ordini da digerire. I tedeschi spariti. Ora ci sono i russi e non si capisce niente, ma si vede che non fanno del male. Arpad e Simon avanzano ancora, spettrali e vivi. Tra mille anni, recuperati i capelli e la forza di vivere e mangiare, osserveranno giovani europei che per diletto romperanno a terra uova ancora buone, a carnevale, Senza sapere che. Senza nessuno a mostrare cosa. Altri e altri ancora andranno allo sterminio.

gene

Postilla
L’Olocausto è una pagina del libro dell’Umanità da cui non dovremo mai togliere il segnalibro della memoria.
Primo Levi


Una replica a “Arpad e Simon”

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