tuttologia in direzione contraria

Il granito di Morocutti

Ci trovavamo il lunedì dopo la partita, nei corridoi del Comunale. Morocutti usciva dallo spogliatoio e nemmeno ci guardava, offeso con ostentazione.
Le conversazioni andavano pressapoco così.
“Ohi zio, possiamo fare due parole?” chiedevamo d’un fiato, prima che imboccasse l’uscita sul campo.
“Con voi non parlo” rispondeva. “Anche ieri palate di merda”.29571015_10211931812358822_396059235715153273_n
Si riferiva alle pagelle di noi giornalisti, non sempre generose, che partivano alla volta del suo umore, già nero per la sconfitta.
“Eh, ma dai, sono in linea con la tua prestazione…”
“Io gioco come tu scrivi: male”.
Ma tanto lo conoscevamo: un paio d’ore a sgambettare in amore con il pallone e poi tornava ammorbidito.
“Allora?”
“Allora cosa?”
“Posso farti due domande?”
“Due però”.
Poi diventavano dieci e lui, orgoglioso come un bambino, apriva il suo libro pieno di ruvidezze e passione. Morocutti era fatto a somiglianza con le pietre del suo paese, Iragna: dure e ostinate, ma capaci di svelare opere iscalfibili e durature.
Un giorno ci invitò a casa sua e ci mostrò l’album delle foto: sua madre e suo padre, Gianni, le sorelle Sonia e Gilda (quelle che lo baciano sulla foto e lui pare un principe) e palloni su palloni.
Dalla culla alla stazza che raggiunse, quella dell’uomo d’area che se non arrivava con le buone calava la mina. Come in cava, appunto.
Gianni Dellacasa, l’allenatore dell’ACeBe di allora, lo trattava come un figlio, castighi e panchine compresi. Per questo l’aveva mandato in prestito a Vaduz nella pausa invernale: per svezzarlo un po’. Anche se Morocutti forse non ne aveva bisogno, lui che è stato uno dei primi calciatori ticinesi a fare il migrante, in Italia, in Belgio, e stava ormai per compiere i trent’anni in quel febbraio del 2003.
Come nella canzone di Guccini, viaggiava a bordo della vita, senza contemplare la morte, che nessuno contempla davvero quando il sangue fa giri immensi nel cuore. Ma la morte era in agguato e colpì. Ci colpì. Un mattino di fine febbraio, forse già in quaresima. Attraversavamo la piazza della foca e arrivò la telefonata.
“Devi scrivere tu. Una pagina” disse il vice caporedattore.
Tra le lacrime. Le stesse dell’allenatore Gianni Dellacasa che era subito partito per Vaduz e ne tornò distrutto. Forse in quell’istante si concluse un’epoca granata.
Voglio però ricordarti com’eri. “Non mi ha fatto giocare, non so perché (imprecazione)”.
La volta dopo, di nuovo in campo senza musi e con la stessa voglia con cui demoliva il portone di casa a pallonate, fedele alla linea, la sua, quella della frantumazione delle pietre che diventano fontane o tavoli. Nel suo caso, un gol. O almeno una lotta furiosa.
Le ultime parole a vicenda furono le solite, quelle buttate lì dopo l’ennesima riappacificazione.
“Ciao vecio”.
Sono quindici anni senza Morocutti. Ma è sempre qui.

gene

Postilla
Marzio Fiorello Morocutti (Bellinzona, 5 marzo 1973 – Vaduz, 28 febbraio 2003) è stato un calciatore svizzero, di ruolo attaccante, morto in un incidente stradale nel 2003.
Ha militato in numerose formazioni del campionato elvetico come Delémont, Sciaffusa, San Gallo, Locarno, Vaduz e Bellinzona (di cui era bandiera e capitano), in Italia ad Ascoli e Montevarchi ed in Belgio nel La Louvière.
Ha anche vestito la maglia della Nazionale svizzera Under-21.
Il 28 febbraio 2003, mentre viaggiava in automobile in direzione di Vaduz in compagnia del compagno di squadra Vaidotas Šlekys, si scontrò con un autobus morendo sul colpo.
I funerali si tennero il 3 marzo 2003 al cimitero di Iragna alla presenza delle squadre di Vaduz, Lugano, Locarno, Chiasso e Bellinzona.
L’affetto dei tifosi e dei dirigenti del Bellinzona nei suoi confronti è ancora molto sentito. La maglia numero 9, ad esempio, non viene assegnata. Nel 2005 alcuni ex-compagni hanno organizzato un memorial in suo onore e nel 2008, a cinque anni dalla scomparsa, i giocatori granata hanno voluto dedicargli la vittoria in semifinale di coppa contro il Neuchatel Xamax proprio mentre la curva esibiva striscioni in suo ricordo. (fonte: Wikipedia)


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