
In piedi: Domenico Giacinti, Mario Genini, Franco Dellatorre, Tarcisio Ostini, Chico Calanca, Teo Mengoni, Tarcisio Bullo, Rolando Derigo.
Accosciati: Isidoro Bontà, Marzio Bullo, Mick Channon, Mirko Bullo, Daniele Bullo, Franco Menghetti, Dario Genini
Tutti quanti si beavano con il profumo della primavera in fiore: a me irritava tutta la faccia. Mi toccava tenere la bocca aperta come nella foto perché il naso era cementato dal polline, che in combinazione con il moccio diventava cemento a presa rapida. Mi prudevano le narici e starnutivo venti volte al minuto, con gravi ripercussioni sul mio sistema nervoso. Ci fecero giocare nel campo B del Giubiasco e i miei ricordi sono confusi dalla febbre da fieno che si dipanava in quel che restava del mio cervello. Il profumo della primavera non lo sentivo, ma l’emozione dei miei quindici anni compensava le amarezze allergiche. Per la prima volta potevo giocare veramente con quella splendida maglia granata infeltrita, i calzettoni all’inglese, i pantaloncini blu tirati giù alla Mick Channon. I capelli lunghi erano in voga, i parrucchieri fallivano.
I miei compagni giocavano assieme da anni, io venivo dall’altra parte del fiume dove i bambini non erano abbastanza numerosi per fare una squadra e dovetti aspettare stagioni interminabili per poter avere l’età, come la Cinquetti. Nella foto sono il più piccolo, il più magro, il meno istruito al calcio organizzato. Venivo da pietraie e orti calpestati per recuperare il pallone di plastica.
Guardavo quelli dell’altra squadra che arrivavano alla chetichella. Ragazzoni più vecchi di due o tre anni e relativa differenza di stazza. Scoraggiante. Ma poi ne arrivò uno basso come me, muscoloso sì, ma con una borsa con scritto “Addas” e quella visione taroccata mi sollevò.
Con la bocca spalancata dove entrava di tutto – la polvere dell’area, moscerini, petali di margherite e infiorescenze di fieno che formavano un impasto di saliva collosa che sputavo di continuo per non soffocare – affrontai proprio il tracagnotto dell’Addas, che giocava da ala destra e io da terzino sinistro. Dato che il lato era contrario al mio piede buono, i primi due palloni li cacciai nel formentone. Sul terzo provai d’esterno destro e sul quarto, incredibile, di sinistro. Intanto l’Addas si era confermato uomo d’impacci gravosi. Lo anticipai di testa e mi sentii padrone del cosmo. Sputai semenze masticate, tirai giù i pantaloncini come si deve per un vero inglese e tutto andò bene fino alla fine. Un vecchio del paese mi fece i complimenti, incassai le pacche sulle spalle dei miei fenomenali compagni e strinsi pure la mano con una certa superiorità al tarchiatello dell’Addas.
La settimana dopo mi consegnarono la foto, la misi sotto il cuscino e andai a dormire vestito.
Sono ancora così.
gene
Postilla
Se io fossi nato brutto, non avreste mai sentito parlare di Pelé
George Best



Lascia un commento