Le cose non sono come stanno nell’acerbare dei pensieri
LEGENDA
Nome – Nome da Prons
Endecasillabo a geometria variabile
Spiegazione umana
Avvertenza
Edizione rivolta agli utenti con guasti funzionali.
Astenersi scienziati avvocati architetti preti politici e peisefumm.
Abete Bianco – Biézz
Difendono l’alpeggio i giganti della sera
Si vedono a Gariss sull’orlo del prato e sembrano ostacolare l’avanzare da sotto di altre piante e arbusti. Non salveranno l’alpe, ormai abbandonato dagli armenti e invaso da mirtilli e rododendri, ma attorno a loro l’erba è libera come una specie di riserva di resistenza. Quando cadranno sarà finita. Ma non sarà domani.
Abete Rosso – Pésce
Muta in bosco nero le paure degli infanti
Sopra Bens vestono la montagna come un immenso cappotto scuro. Qualcuno voleva tagliare questo bosco, anni fa, per speculare sul legname o per le bizze di forestali incompetenti, ma il timore del suo spirito ha scacciato le motoseghe. Entrarci e passarlo per salire al Pizzo è un cambio di universo e induce ai pensieri sul mistero della natura libera e bastante a sé.
Acero – Aigro
Inerpica frescura nel sonno dell’estate
Sempre a Bens, mio padre ne piantò due più di vent’anni fa. Li estirpò in Valpighi, sopra un ruscelletto che appariva e scompariva. Erano alti un paio di metri e magri come grissini, stupiti dalla nostra presenza. Ora vegliano un prato con un’ombra impenetrabile, come quella che scende a volte nel cuore. Mi spiace avervi abbandonato.
Alno – Dròuso
Sfida ogni sentiero appena sotto le pietraie
Provare a sorprendere questo fante delle alpi è come voler fare un gol a un catenaccio italiano d’altri tempi: si può, ma sono ore interminabili tra chinarsi e scorticarsi, senza vedere dove vanno i piedi. Non si scorge traccia di passaggio fino a quando, attorno ai duemila, si arrende e sei sfinito pure tu. Ce la fanno solo i camosci.
Betulla – Bédre
Avanguardia di nitore alla pigrizia
Pianta femminile che si occupa di tutte le specie, con l’altruismo degli innocenti. Colonizza territori prativi prima degli altri e prima degli altri mette le foglie in primavera. Poi si scansa alla protervia dei più maestosi e più imbelli e ingiallisce precoce. Oppure viene abbattuta dai contadini da operetta per salvare pratuscoli.
Castagno – Arbro
Impera su un destino di viscere corrose
Qui è una pianta operaia considerata sacra per quanto ha dato ai miseri stomaci. Abbandonata per decenni, adesso torna a svettare per la scelta di salvarne le selve, ma le castagne sono solo un frutto da domenicali in ciabatte. Certo, i ricci pungono ancora e le foglie fanno strame, ma nel cuore corroso il castagno è morente, inservibile. Metafora sul nostro inutile essere qua a fare i selvatici da diporto.
Corniolo – Cornèe
Tra i sassi ad indurire per teste di martelli
Dietro la bottega, il Sergio ne aveva uno aggrappato a un muretto di sasso. Mi affascinava e mi concesse di tagliargli un piccolo ramo. Lo lasciai seccare e quando fu senza linfa provai a intaccarlo con lo scalpello, poi con la sega, poi con l’ascia e infine con la carta vetrata. Si spaccò tutto l’armamentario e da allora per me è il capo dei capi. Il Luca ne ha un bastone nel bagagliaio, per il non si sa mai.
Faggio – Fòu
Si leviga argentato la corteccia
Bisogna dire che è bellissimo, depilato e ben piantato come CR7. Quando cresce sembra farsi di terra creta nelle sue contorsioni. Ne ho uno a Sonlerto che non ne vuole sapere, resta brutto e in ritardo su tutto, a partire dalle stagioni. Non sembra nemmeno uno dei suoi simili, ma è simile a me e va bene così. Solo che lo tagliano a foreste, rende, brucia e ricresce.
Frassino – Fràsan
S’imbruttisce per poi magnificare
Il grande sottovalutato delle latifoglie: non dà frutti, non fa fiori, non poetizza, se ne frega. Ma quello in giardino, piantato lì ben prima che sorgesse la casa, investe la veranda di mille luci e riverberi. Credo si senta amato perché quest’anno è cresciuto oltre il tetto e adesso sarà almeno di venti metri, che lo vedi da in fondo alla stradone.
Ginepro – Sgiópp
Effluvi nelle bacche che speziano le carni
Le bacche non ci interessavano, troppo amare, ma fin da subito avevamo capito che un ramo di costui nel camino avrebbe odorato la casa come un mondo appena nato. Punge e ripunge, ma il suo effluvio è quello della montagna tutta quando cade acqua dal cielo e la terra ammalia sensuale.
Larice – Làras
Posto all’impossibile che infuoca di colori
Si denuda di aghi ogni anno e scheletrizza su dirupi impossibili. Ma è una pianta implacabile. Rimette a posto i rami spezzati, stoica, e ricomincia a inverdire tenue fino al gran finale d’autunno: le montagne gialle sono opera sua e noi non abbiamo parole, solo occhi. Se li abbiamo.
Nocciolo – Corér
Amazzonia d’infanzia nei cortili
Non c’è volta che si possa resistere a un bastoncino suo: per camminare o per dirigere bestie, o genti. Sopra Prons, riunito in gruppi, questo alberello ha inventato imprese omeriche regalando spade archi frecce e lance al mondo bambino. Nel cioss da cà d’ava era parte del regno sconfinato, talmente sconfinato da cadere dal pianeta e sparire.
Noce – Nóus
Di sacrale vestire orna il suo tempio
Come per il castagno, il suo essere albero da frutto ne ha segnato l’esistenza. Dalle bacchiature furiose di tempi dimenticati, ai nocini di oggi, è ormai una pianta in esubero: troppo fragile alla nascita, troppo impegnativo dopo a causa del piegare la schiena a raccogliere gherigli. C’è ancora qualcuno che raccoglie una noce, la spezza e la mangia? Meglio il dolcetto in cartongesso.
Olmo – Olmo
Si erge indefinito sfuggendo la tortura
Una pianta alta, ma più di così non so. Nella campagna da Prons non mi pare che ce ne fossero e altrove non sono stato interessato. Non ha nemmeno un nome nella nostra lingua. Ma il suo legno, però, illumina l’opera, morbido e bruno, diritto e marcato. Belle porte, begli armadi. Forse qualcuno nasconde scheletri.
Ontano – Àldan
A prosciugare gocce dedica il suo tempo
Ricordo un novembre ai bordi dal Tasin a tagliare un appezzamento col pà e el zio Lucién. Tutti o quasi ontani, felici nell’umidità comune e brutti come il peccato. Nel camino incendiano come se dovessero decollare verso l’infinito, ma poco dopo sono in cenere e tocca ad altri ceppi tenere botta. Pianta fannullona e divertente (non si accettano paragoni con l’autore).
Pino – Pin
Nomade famiglia che vieta la colonia
Altro genere poco considerato da me, che sono dell’idea che i resinosi debbano starsene ad altezze dignitose e in esercito. Il pino no, si piazza a livello del mare e delle campagne, un po’ qua e un po’ là, come quei cani che ormai mangiano la pastasciutta e sanno contare fino a nove.
Pioppo – Póbio
Con tremulo eroismo frange i venti
Povero pioppo, così alto e insicuro, così privo di muscoli da dare perfino un legno della consistenza del burro e che viene usato come compensato, pensate un po’ che parola. Eppure, quando c’è da proteggere pianure coltivate, si erge in filari e spezza le tempeste d’aria, lui più di tutti. Forse si radica fino in Cina, chissà.
Platano – Plàtan
La nostra frescura illumina quieto
Non esistono rivali: sotto le sue fronde in Pasquéi ho scoperto tutto quanto mi sarebbe piaciuto della vita: baci, giochi, parole, canzoni, persone, partite, libri e gelati. Vorrei stare sotto un platano sempre, tra il soffocare della tristezza e la pressione della gioia. Vorrei stare lì con tutti. Vorrei rinascere platano.
Robinia – Rubìn
Emigrante solitario ti punge
In Campirasc, prima che sorgessero le scuole, il pallone finiva lì dentro e si bucava. Forse non abbiamo mai maledetto nessuno come le robinie. Non ci siamo mai capiti, troppo lontani, troppo diversi. Ma in qualche modo, conviviamo e sembra di aver raggiunto una specie di consuetudine. Mi sembra una cosa emblematica, più delle ciance politiche.
Rovere – Róuro
Legni per rotaie e bacche per maiali
Ci ripetiamo, ma dando frutti anche lui, il rovere è marginale in questa epoca che i frutti si comprano al supermarket pagandoli cento volte più del giusto. Certo, le ghiande delle querce sono roba da maiali, ma il legno è duro, nobile e bello, e costoso pure lui. Almeno è eterno, come le traversine dei binari. I supermarket non so, spero di no.
Salice – Sciarésce
Lega tutto il mondo spremendone vitigni
La baracca del cioss era piena di virgulti di salice tagliati e pronti per legare la vigna e altre cose contadine. Au li tagliava seguendo cauto il Rio Bass verso meridione, dove s’allineavano piante. Il clack della forbice, la bruma autunnale: piante spettrali in una campagna silente. Uno, piangente, stava a casa mia, bello come mia madre.
Sambuco – Sambuuch
Suona diroccato lo zufolo di bimbi
A parte sciroppi e gazose, noi ne avevamo uno sopra un diroccato dal quale abbiamo estratto: fischietti per chiamarci dall’Arizona al Texas, cerbottane avvelenate con l’aceto, pipe da caricare a foglie secche e resti di sigaretta a terra fuori dal bar. Un’estate la passammo a costruire palafitte in miniatura e zattere. Con una pianta sola. Altro che sciroppo.
Sorbo – Temél
Punti di vermiglio su scomodi dirupi
Appare bellissimo con le sue bacche rosse a grappoli e vien voglia di tenerne uno in giardino, come borghesi qualunque. Errore: cresce storto per ripicca, le bacche vermiglie sono tossiche come l’acquaragia e se può si rintana su impossibili burroni. All’ombra, tanto per non farsi mancare niente. Meglio guardarlo da lontano, è questo che vuole.
Tiglio – Téje
Forgia zoccoli e troneggia sui sagrati
Imprescindibile la tejóno davanti alla chiesa da Prons, abbattuta qualche anno fa per consunzione. Gigantesca e spacciata, ha ombreggiato tutti i matrimoni e i funerali. Il legno è duttile e senza valore: brucia come carta e va bene per gli zoccoli, quelli che calzati da altri ti svegliano alle sei la domenica mattina. Bisogna volergli davvero bene.
gene
Postilla
Albicocco – Mùgnaiga
Caco – Caco
Ciliegio – Sciréisge
Melo – Pomo
Pero – Peséu
Pesco – Pèrsich
Prosaici stanno nani nel nutrire
Con questi qua, i domestici, faremo i conti un’altra volta

3 risposte a “Dizionario degli alberi”
Ciao gene, mi è piaciuta la storia sugli alberi!
Da esperienza personale devo dire che :
Ontano ( Alniscia ) si presta bene per il focolare.
Tiglio ( Tea ) è un fantastico legno da intaglio
Saluti, gianmario
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È interessante che a Preonzo il castagno sia albero per antonomasia.
Anche a Camorino i due abeti, il rosso e il bianco sono rispettivamente pèscia e biézz, a condividere metà ciascuno la denominazione scientifica del primo: Picea abies.
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Pensa che importanza potesse avere. Ora le castagne languono a terra, cibo dei poveri che sfamerebbe molti ultimi e che i mezzani disdegnano preferendo il sushi
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