
Erano i giorni che precedevano le elezioni, la città era in fermento e pronta a delegare la sua amministrazione a chi avrebbe ritenuto più meritevole. I candidati propugnavano idee e promesse che potessero promuovere soprattutto sé stessi ma garantendo fedeltà agli elettori. Parlavano a pance e cuori di benessere e lavoro, di giustizia e sviluppo. E di territorio.
Dobbiamo salvare le campagne, disse uno.
Ma con criterio, rispose un altro.
Bisogna fermare l’espansione del cemento, ribadì un terzo.
Si deve incrementare l’edilizia, obiettò un quarto.
Occorrono limiti alle zone edificabili, annunciò il quinto.
Ma non vincolanti, precisò il sesto.
Ricordiamoci del turismo, gridarono in coro.
Tutti furono d’accordo di andare avanti come sempre, a concedere licenze edilizie in veste pubblica e a coltivare vigneti per lucidare la coscienza privata. La natura prima di tutto ma con parsimonia, conclusero, pensando che fosse il modo migliore per vincere le elezioni. Poi si sarebbe visto cosa fare.
Furono quasi tutti eletti, per non far torto.
Poi.
Venne il cinghiale e rivoltò i vigneti.
Venne il lupo e divorò il cinghiale.
Venne l’uomo e ammazzò il lupo.
Si applicarono soluzioni.
Tornarono i vigneti, ma meno di prima così da non attirare un altro cinghiale.
Più campagna e prati, più posto per nuove case e alloggi per turisti.
La città si allargò fino ai vigneti e poi li ingoiò, cominciando a salire la montagna abbattendo alberi.
Tornò un altro cinghiale incazzatissimo e in assenza di vigneti rovesciò tutti i cassonetti della spazzatura.
Tornò un altro lupo che, sorpreso da tanta grazia, divorò l’altro cinghiale direttamente in piazza, tra qualche applauso sparuto.
Però, i cittadini e le cittadine si barricarono in casa aspettando i delegati coi fucili debitamente registrati.
Ma i delegati erano già fuggiti nel nuovo resort sulla montagna e in breve furono accerchiati dai lupi di tutto il mondo, assetati di vendetta.
La città, senza più gestione, cominciò a crollare.
Le cittadine e i cittadini persero tutto e si ritrovarono in strada tra le macerie. I turisti non vennero più. I grotti non avevano salame, i supermercati si riempirono di cinghiali che si spartivano golosamente le scatolette e la passerella sul lago fu avvolta dalle alghe.
Attorno ai fuochi si aguzzarono bastoni, come spiegò il solo delegato sopravvissuto, eletto a Capitano.
Poi.
Venne un cinghiale.
Eccetera.
gene
Postilla
Ridatemi quelle aspre solitudini | Di rovi e sterpi, asilo della belva. | Quello è il mio vero regno, impareggiabile: | Questa corte al confronto è tetra selva.
Richard Adams

2 risposte a “2023 – Speciale elezioni”
Strepitoso! Questo tuo scritto mi ricorda nello stile e nell’incedere le favolette di Augusto Monterroso (“La pecora nera e altri racconti”) che adoro.
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L’ho spostata al ’23, per fare Orwell, ma va bene già per questo aprile
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